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Nostra aetate, e il Concilio aprì la via al dialogo con le religioni

Negli anni scorsi ci si confrontava sull’interpretazione dei testi, oggi vengono messi in discussione i documenti stessi del Vaticano II. Ricordiamo come si si è arrivati alla dichiarazione conciliare che ha segnato la storia della Chiesa

La dichiarazione conciliare Nostra aetate approvata dai padri del Vaticano II e promulgata da Paolo VI il 28 ottobre 1965 ha segnato una svolta irreversibile nei rapporti tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo sulla scia dei passi intrapresi da Giovanni XXIII, e ha cambiato in modo significativo l’approccio del cattolicesimo nei confronti delle religioni non cristiane. È ritenuto un testo fondativo per il dialogo con le altre fedi religiose, frutto di un lungo lavoro redazionale.

Relazione unica tra cristianesimo ed ebraismo

La parte centrale del documento è quella riguardante l’ebraismo: “Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo... Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo”. Parole che rappresentano il riconoscimento delle radici ebraiche del cristianesimo e della relazione unica che esiste tra la fede cristiana e l’ebraismo, come aveva sottolineato Giovanni Paolo II nell’aprile 1986 visitando la Sinagoga di Roma. Un tema sul quale ha riflettuto da teologo anche Joseph Ratzinger, il quale, da Vescovo di Roma, visitando la Sinagoga della capitale nel gennaio 2010, ha ricordato come “la dottrina del Concilio Vaticano II” abbia rappresentato “per i cattolici un punto fermo a cui riferirsi costantemente nell’atteggiamento e nei rapporti con il popolo ebraico, segnando una nuova e significativa tappa. L’evento conciliare ha dato un decisivo impulso all’impegno di percorrere un cammino irrevocabile di dialogo, di fraternità e di amicizia”.

Finisce l’accusa di deicidio rivolta al popolo ebraico

Un’altra affermazione decisiva contenuta nel documento riguarda la condanna dell’antisemitismo. Oltre a deplorare “gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque”, la dichiarazione conciliare spiega che la responsabilità per la morte di Gesù non deve essere attribuita a tutti gli ebrei. “E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo”. 

Il raggio di verità che riflettono le altre religioni

Nella parte iniziale di Nostra aetate si citano induismo e buddismo e in generale le altre religioni, spiegando che esse “si sforzano di superare, in vari modi, l’inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri. La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”.

La stima per i credenti dell’Islam

Un paragrafo importante è dedicato alla fede musulmana. “La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua madre vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini risuscitati. Così pure hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno”.

Paolo VI e i “confessori della fede musulmana”

Tra i passi significativi compiuti negli anni successivi dai Pontefici nel dialogo con il mondo islamico vanno citate le parole pronunciate nel luglio 1969 da Paolo VI in Uganda, quando il Papa rese omaggio ai primi martiri cristiani africani facendo un paragone che associava anche i credenti musulmani al martirio subito per opera di sovrani delle tribù locali. “Noi siamo sicuri di essere in comunione con voi”, disse rivolgendosi agli esponenti di fede islamica nella nunziatura di Kampala, “quando imploriamo l’Altissimo, di suscitare nel cuore di tutti i credenti dell’Africa il desiderio della riconciliazione, del perdono così spesso raccomandato nel Vangelo e nel Corano”. Aggiunse Papa Montini: “E come non associare alla testimonianza di pietà e di fedeltà dei martiri cattolici e protestanti la memoria di quei confessori della fede musulmana, la cui storia ci ricorda che sono stati i primi, nel 1848, a pagare con la vita il rifiuto di trasgredire le prescrizioni della loro religione?”.

“Discendenti di Abramo”

Nel novembre 1979, incontrando ad Ankara la piccola comunità cattolica, Giovanni Paolo II aveva ribadito la stima della Chiesa per l’Islam e aveva detto che “la fede in Dio, professata in comune dai discendenti di Abramo, cristiani, musulmani ed ebrei, quando è vissuta sinceramente e portata nella vita, è sicuro fondamento della dignità, della fratellanza e della libertà degli uomini e principio di retta condotta morale e di convivenza sociale. E vi è di più: in conseguenza di questa fede in Dio creatore e trascendente, l’uomo sta al vertice della creazione”.

Il discorso di Casablanca

Una pietra miliare di questo cammino è rappresentata da un altro discorso di Giovanni Paolo II, pronunciato nell’agosto 1985 in Marocco, a Casablanca, di fronte ai giovani musulmani. “Cristiani e musulmani - aveva detto Papa Wojtyla in quella occasione - abbiamo molte cose in comune, come credenti e come uomini. Viviamo nello stesso mondo, solcato da numerosi segni di speranza, ma anche da molteplici segni di angoscia. Abramo è per noi uno stesso modello di fede in Dio, di sottomissione alla sua volontà e di fiducia nella sua bontà. Noi crediamo nello stesso Dio, l’unico Dio, il Dio vivente, il Dio che crea i mondi e porta le sue creature alla loro perfezione”. Giovanni Paolo II aveva ricordato che “il dialogo tra cristiani e musulmani oggi è più necessario che mai. Esso deriva dalla nostra fedeltà verso Dio e suppone che sappiamo riconoscere Dio con la fede e testimoniarlo con la parola e con l’azione in un mondo sempre più secolarizzato e, a volte, anche ateo”.

Ad Assisi con Giovanni Paolo e Benedetto

L’anno successivo, il 27 ottobre 1986, il Pontefice aveva convocato ad Assisi i rappresentanti delle religioni del mondo per pregare per la pace minacciata, un incontro diventato un simbolo per il dialogo e l’impegno comune tra credenti di diverse fedi. “Il trovarsi insieme di tanti capi religiosi per pregare è di per sé un invito oggi al mondo a diventare consapevole che esiste un’altra dimensione della pace e un altro modo di promuoverla, che non è il risultato di negoziati, di compromessi politici o di mercanteggiamenti economici. Ma il risultato della preghiera, che, pur nella diversità di religioni, esprime una relazione con un potere supremo che sorpassa le nostre capacità umane da sole”. Celebrando ad Assisi il 25° anniversario di quell’evento, Benedetto XVI metteva in guardia dalla minaccia rappresentata dall’abuso del nome di Dio per giustificare odio e violenza, citava a questo proposito l’uso della violenza perpetrato dai cristiani lungo la storia (“lo riconosciamo, pieni di vergogna”), ma osservava pure che “il ‘no’ a Dio ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio”.

Dal Concilio al documento di Abu Dhabi

La dichiarazione conciliare Nostra aetate si conclude con un paragrafo dedicato alla “Fraternità universale”: “Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: ‘Chi non ama, non conosce Dio’. Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduca tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano”. A questa tradizione si richiama il documento sulla Fratellanza umana firmato da Papa Francesco e dal Gran Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi, scritto “In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro, per popolare la terra e diffondere in essa i valori del bene, della carità e della pace”.

Andrea Tornielli

© www.vaticannews.va, martedì 16 giugno 2020

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