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Papa: «Basta violenze in nome di Dio»

Nella Messa di mezzanotte, Benedetto XVI sprona ad avere la «santa gioia» dei pastori che corrono alla grotta. E invoca pace sul Medio Oriente, da Betlemme a Libano, Siria e Irak.

Ha scelto uno tra i momenti più solenni e sentiti della Cristianità per lanciare un nuovo accorato appello per la pace e per la fine di ogni violenza nel nome della religione. «Le spade siano forgiate in falci», ha detto Benedetto XVI in San Pietro, durante la Messa di mezzanotte: «al posto degli armamenti per la guerra subentrino aiuti per i sofferenti». «Illumina le persone che credono di dover esercitare violenza nel tuo nome, affinché imparino a capire l'assurdità della violenza e a riconoscere il tuo vero volto», ha poi aggiunto rivolgendo la sua preghiera al Signore Gesù che «è la nostra pace e ha annunciato la pace ai lontani e ai vicini».

«È vero che, nella storia, il monoteismo è servito di pretesto per l’intolleranza e la violenza», ha sottolineato ancora Joseph Ratzinger. «È vero che una religione può ammalarsi e giungere così ad opporsi alla sua natura più profonda, quando l’uomo pensa di dover egli stesso prendere in mano la causa di Dio, facendo così di Dio una sua proprietà privata. Contro questi travisamenti del sacro dobbiamo essere vigilanti. Se un qualche uso indebito della religione nella storia è incontestabile, non è tuttavia vero che il “no” a Dio ristabilirebbe la pace. Se la luce di Dio si spegne, si spegne anche la dignità divina dell’uomo. Allora egli non è più l’immagine di Dio, che dobbiamo onorare in ciascuno, nel debole, nello straniero, nel povero. Allora non siamo più tutti fratelli e sorelle, figli dell’unico Padre che, a partire dal Padre, sono in correlazione vicendevole. Che generi di violenza arrogante allora compaiono e come l’uomo disprezzi e schiacci l’uomo lo abbiamo visto in tutta la sua crudeltà nel secolo scorso. Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile».

Purtroppo non siamo come i pastori che si affrettano, la notte di Natale, verso il Bambino, ha detto nell’omelia, riflettendo sulla «santa curiosità», sulla «santa gioia» che «li spingevano» ad andare a Betlemme. E ha poi osservato che «tra noi forse accade molto raramente che ci affrettiamo per le cose di Dio. Oggi Dio non fa parte delle realtà urgenti. Le cose di Dio, così pensiamo e diciamo, possono aspettare. Eppure Egli è la realtà più importante, l’Unico che, in ultima analisi, è veramente importante. Perché non dovremmo essere presi anche noi dalla curiosità di vedere più da vicino e di conoscere ciò che Dio ci ha detto?».

La curiosità di andare a Betlemme. Benedetto XVI ha parlato non solo della grande traversata verso il Dio vivente, ma anche della città concreta di Betlemme, di tutti i luoghi in cui il Signore ha vissuto, operato e sofferto. E una preghiera speciale è stata rivolta proprio a chi abita oggi la Terra Santa. «Preghiamo perché lì ci sia pace», ha affermato il Papa. «Preghiamo perché Israeliani e Palestinesi possano sviluppare la loro vita nella pace dell’unico Dio e nella libertà. Preghiamo anche per i Paesi circostanti, per il Libano, per la Siria, per l’Irak e così via: affinché lì si affermi la pace. Che i cristiani in quei Paesi dove la nostra fede ha avuto origine possano conservare la loro dimora; che cristiani e musulmani costruiscano insieme i loro Paesi nella pace di Dio».

Fuori, in piazza, il presepe, inaugurato nel pomeriggio, risplende di luce. I sassi di Matera ricordano quelli di Betlemme. È la prima volta che albero e presepe arrivano dall’Italia. Molise e Basilicata sono state le due regioni che hanno voluto donare al Papa questo sprazzo di sobrietà. Quest’anno, infatti, complici anche la crisi e le dolorose vicende di Vatileakes, il Vaticano ha deciso di dare un segno tangibile di cambio di rotta. Nessuna spesa eccessiva per addobbare piazza San Pietro. 

Il presepe “italiano” è stato esposto su una superficie di 150 metri quadrati e conta oltre cento statuine in terracotta opera del maestro Francesco Artese. «La città delle grotte», aveva spiegato presentando l’opera il professor Paolucci, direttore dei Musei vaticani, «viene riprodotta con una organizzazione mirabile, una sapientissima strutturazione di strade, percorsi, linee d’acqua. Il maestro Artese ha riprodotto in polistirolo dipinto pezzi della chiesa di San Nicola dei Greci, il campanile di Barisano, riproponendo luoghi, persone ed emozioni molto forti».

 
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© Famiglia Cristiana, 25 dicembre 2012
 
Foto: Ansa
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