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Pastorale giovanile. Gli oratori in cerca di educatori stabili e competenti

Il documento presentato a Molfetta. Tre percorsi possibili all'insegna della professionalità. Le persone impegnate per conto della comunità sono di gran lunga più importanti dei campi da gioco

L'oratorio alza l’asticella. Perché lo richiede il Vangelo, perché lo richiedono i tempi. Perché educare richiede passione come sempre ma, più di prima, competenza. Il profilo, talvolta presente, del volontario ammirevole ma approssimativo va archiviato. Il futuro, e in gran parte il presente, appartengono alla professionalità. A chi è disponibile non solo a fare, buttandosi generosamente nella mischia, ma anche e prima di tutto a formarsi in modo solido e sistematico. Di questo futuro già cominciato ha parlato ieri a Molfetta, al terzo Happening degli Oratori (H3O), don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, nell’ultimo dei 16 laboratori che hanno visto impegnati i 500 giovani di 60 tra diocesi e realtà associative. Il sedicesimo, a cui erano invitati i coordinatori, è stato dedicato alla presentazione della "Figura dell’educatore professionale in Oratorio".

Non proprio un documento formale; ma, forse, qualcosa di più dei semplici "Appunti". Il testo è infatti a cura del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, dell’Ufficio per gli affari giuridici e della Segreteria generale della Cei. E ha tutta l’aria di essere stato elaborato con cura.

Contiene parole dolci ma anche impegnative per gli educatori. Intanto, mai dimenticare le origini dell’oratorio. Fin dalla prima metà dell’Ottocento, esso «nasce per accompagnare le persone, facendole crescere in un contesto di comunità», in cui centrali siano le relazioni, in vista di «un’educazione che attraversi le domande più radicali e permetta al Vangelo stesso di esprimersi nell’umanità di ciascuno». I tempi sono difficili, perché il tessuto connettivo della società sta subendo continui strattoni che lo sfilacciano, siamo più soli, i corpi solidi – ogni forma comunitaria e solidale – si assottigliano. Eppure sono anche propizi per almeno due riconoscimenti importanti. Il primo è la legge 206/2003 (Avvenire ne ha parlato ampiamente proprio ieri), il secondo è "Il laboratorio dei talenti", la Nota pastorale Cei del 2012 sul valore e la missione degli oratori.

Se mai ci fossero stati dubbi, ormai è chiaro che i muri sono necessari, ma per fare la comunità sono decisive le persone. «Al di là di come si declina l’esperienza oratoriana, le persone impegnate a educare in nome e per conto della comunità stessa sono di gran lunga più importanti di muri, campi di gioco, aule, spazi di qualunque genere». Potrebbe sembrare scontato, ma non lo è. Basti pensare alle energie investite nelle strutture, a volte non paragonabili, in difetto, a quelle investite nelle persone che dovranno farle funzionare.

Falabretti è perentorio: «La professionalità educativa è una risorsa necessaria alla dotazione normale di un oratorio. Alzare le competenze educative e dare a esse continuità e intelligenza è un dovere. Non è più possibile affidarsi soltanto alla buona volontà del volontariato. Figure di educatori stabili e competenti vanno considerate come un investimento importante per la vita dei ragazzi». Da archiviare infine, ove si fosse affermata, pure la figura del "cavaliere solitario". L’educatore professionale, se tale è, si mette in rete e tesse relazioni. Agisce a nome della comunità, a cui fa costante riferimento, senza deleghe in bianco.

Che fare concretamente? Le vie possibili sono tre. La prima è più complessa ma preferibile e vede in azione parrocchia, diocesi e cooperativa di educatori, il cui percorso formativo è garantito. La seconda comporta l’assunzione diretta dell’educatore da parte della parrocchia: soluzione difficile, anche per la mobilità dei parroci, ma soprattutto perché il lavoro educativo logora e capita che gli educatori "invecchino" in fretta. La terza possibilità è l’assunzione diretta dell’educatore con il coordinamento della diocesi, magari con contratti di prossimità con i sindacati per consentire assunzioni a tempo determinato fino a un massimo di 36 mesi. Soluzioni non alternative ma complementari tra loro, da approfondire e affinare. La cosa importante è gli educatori crescano, l’asticella si alzi, il mondo degli oratori guardi verso l’alto.

Umberto Folena, Molfetta (Bari)

© Avvenire, venerdì 6 settembre 2019

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