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Per la vita, tutta intera

Non basta lanciare strali contro una società che non è per la vita. Cominciamo da noi, dalle nostre scelte personali e dai nostri comportamenti feriali

Alla vigilia della Giornata della Vita - che da noi verrà celebrata domenica - vorrei condividere le riflessioni che ci giungono dai gesuiti della rivista America in un editoriale che risulta tra i più letti del mese di gennaio. Necessaria una premessa, superflua oltreoceano: qui non si tratta di opposte fazioni, di schieramenti politici, di ... campagna elettorale, di reazioni all'estensione della copertura sanitaria in materia di contraccettivi (alla delusione dei vescovi cattolici, rimbalzata ampiamente qui, si accompagna la lettera di plauso dell'arco di tutte le altre chiese e degli ebrei)  e neppure di riferirsi ad un movimento preciso. Si parla del tema della vita, prendendo sì spunto dall'ormai tradizionale Marcia per la Vita che si è svolta il 23 gennaio scorso sul National Mall di Washington, ma qui il discorso giunge alla coerenza personale di ciascun cristiano. Un po' come recita quel nostro detto: "tra il dire e il fare ...".

A distanza di 39 anni dalla depenalizzazione dell'aborto - con la promulgazione della sentenza Roe vs Vade - ogni tentativo di inversione è fallito, tanto che molti cattolici americani, tra cui anche dei vescovi, mettono in dubbio l'opportunità di tali iniziative, nel timore di un effetto boomerang. Occorre cambiare la mentalità, piuttosto che azzerare le leggi: è questa la convinzione da cui i gesuiti prendono le mosse. Come? La proposta è semplice: "i membri delle associazioni per la vita dovrebbero agire a 360° per rendere il mondo più accogliente per i bambini".
Una più ampia strategia per la vita dovrebbe includere come naturali alcuni comportamenti tutt'altro che accessori:

1. La collaborazione con le famiglie dove esistono figli disabili. La sfida di allevare un bambino con handicap fisico o mentale è di quelle che annientano una famiglia. Una vera cultura della vita dovrebbe metterle al centro non tanto dell'attenzione, ma di una vicinanza discreta, quasi un fulcro di sensibilizzazione e affetto da parte della comunità. Le case-famiglia per disabili - qui l'editoriale ricorda L'Arche di Jean Vanier - dovrebbero diventare una meta regolare per una visita dei diversi gruppi. Come sarebbe bello vedere quei giovani che hanno marciato per la vita scegliere di spendere un po' del loro tempo nel volontariato in queste strutture. Ma c'è di più: "tragicamente, molti futuri genitori al giorno d'oggi finiscono per scegliere di interrompere la gravidanza qualora i test prenatali rivelino la presenza della sindrome di Down o di altre anomalie genetiche più gravi. Prima, però, di giudicare queste decisioni, un cristiano pro-life dovrebbe almeno porsi la domanda sulle reali circostanze che costringono una persona a compiere una simile scelta e dovrebbe adoperarsi per offrire delle alternative concrete".

2. Il supporto alle agenzie di adozione, perché l'istituto dell'adozione di un bambino rappresenta "un'autentica scelta a favore della vita", sia per quella madre che ne ha permesso la nascita, sia di quella coppia che si rende disponibile ad accoglierlo come un figlio. Anche qui non basta mostrare ad una donna, al bivio di un'interruzione di gravidanza, le immagini di un'ecografia del feto, occorre un'azione più ampia che spazi alle strutture che poi concretamente potranno aiutare quel figlio, magari affetto da una grave malattia.

3. Migliorare la cura dei figli. E qui i gesuiti ammoniscono su un'assistenza sociale che in America è più ridotta che in Europa - non riesco ad immaginare il confronto col nostro Paese dove negli anni scorsi sono stati tagliati insegnanti di sostegno - giungendo alla conclusione che "sicuramente più donne avrebbero scelto di allevare un figlio se avessero avuto conoscenza di opzioni più favorevoli per la cura del loro bambino". E ancora una volta si spingono oltre coinvolgendo la comunità cristiana: il sostegno di un qualsiasi governo deve essere certamente potenziato, ma questo rappresenta solo una parte della soluzione. Cooperative costituite da genitori, che lavorano insieme per allevare i loro figli, pur fra le difficoltà delle esigenze di carriera e della formazione scolastica, dovrebbero essere incoraggiate e, forse, inizialmente create anche all'interno di parrocchie cattoliche.
(E' vero che il senso di appartenenza ad una comunità è molto più forte che da noi dove peraltro esistono già dei Gruppi con questo carisma - penso alle Comunità di accoglienza Murialdo, per fare un esempio - tuttavia a livello parrocchiale è un percorso tutto da esplorare).

4. In America un bambino su quattro è a rischio di povertà: adoperarsi a favore di una riduzione della povertà a livello sociale è un'altra tappa per la vita, perché non basta che il figlio "esista", occorre che la sua famiglia sia messa nella condizione di nutrirlo.
Queste sono solo alcune proposte - conclude l'editoriale - ma ciò che deve emergere con chiarezza è che il problema dell'aborto è molto più vasto e complesso di come viene presentato con una certa qual superficialità deresponsabilizzante  e, soprattutto, finisce per toccare le corde della coerenza tra il dire e il fare.
Alcuni saranno chiamati ad andare a marciare sulla pubblica via (ma contro la pena di morte non lo fanno, mi  vien da aggiungere) e meritano il sostegno, ma quelle persone in piazza (o che scrivono ai giornali, ai politici e quant'altro) dovrebbero realizzare che coerenza vorrebbe almeno una presa in considerazione delle proposte di cui sopra, che potrebbe anche concretizzarsi semplicemente nella collaborazione nella cura del figlio di un vicino di casa o di un ragazzo del quartiere che resta a casa da solo a fare i compiti ... o di quel nonno che da quando è vedovo si dimentica pure di prepararsi la cena perché logorato giorno dopo giorno dalla solitudine ...
"Queste opere di misericordia - scrivono i gesuiti - non potranno certamente offrire la stessa valenza pubblica come una Marcia per la Vita, ma possono però contribuire a rendere la causa pro-life un'autentica testimonianza di uno stile di vita".

Riflettendo sull'editoriale in questione, mi vien da pensare che non solo potrebbero sentirsi coinvolte in queste proposte anche tutte quelle persone che parteciperanno a Bruxelles il prossimo 25 marzo ad una marcia per la vita, ma un po' tutti noi. Perché è una questione di coerenza: soggetto morale è il singolo e non basta lanciare strali contro una società che non è per la vita. Cominciamo da noi (che poi costituiamo anche la società) dalle nostre scelte personali, dai nostri comportamenti feriali, da come sappiamo spenderci davvero "per la vita", a patto che sia tutta intera.

Maria Teresa Pontara Pederiva

© www.vinonuovo.it, 3 febbraio 2012

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