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Quando si animalizza il «nemico» prescelto

Se i romani sono porci, Roma è un porcile. Dove avvengono mille nefandezze, compresa quella di succhiare soldi al Nord. Con i «romani porci» è compatibile «Roma ladrona». Ritirando ieri l’accusa «romani porci», i leghisti rilanciavano però quella di «Roma ladrona».

Nell’insulto di Bossi contro Roma: «Sono porci questi romani», negli slogan del Canton Ticino contro i frontalieri italiani e gli immigrati rumeni («Sono topi»), negli insulti di tutte le guerre («Giapponesi musi gialli», «Vietcong scimmie»), nei manifesti autocelebrativi del movimento xenofobo svizzero (una pecora bianca scalcia una pecora nera), e in tutti i discorsi razzisti, da Hitler («Gli ebrei proliferano come una razza di vermi») ad Ahmadinejad, per distruggere il nemico si usa prima una tattica: lo si animalizza. In modo che tu non distruggi un uomo, tuo simile, ma un animale, inferiore a te fin dalla creazione. Con questa distruzione, eserciti un diritto naturale. Andare a caccia del nemico è come andare a caccia di animali.

Nella sparata contro Roma, i romani son ridotti a «porci». Il porco è un animale sudicio, e per certe culture immondo, tanto che non si può mangiarne la carne. Nella cultura di chi dice «sono porci questi romani» c’è il ricordo delle tante occasioni in cui esponenti del suo partito, nel luogo dove si ipotizzava la costruzione di una moschea, portavano a pascolare e urinare i maiali. Facendosi fotografare, perché la scena segnava una tappa nel curriculum, testimoniava un merito. Sporcare il sacro altrui vorrebbe dire proteggere il tuo sacro, senza sapere che il sacro è nell’uomo, non nell’individuo. Nello sporcare il sacro altrui sta il gesto dei torturatori di Guantanamo, che davanti agli occhi dei fedeli islamici tuffavano il Corano nel water. La sporcizia fisica è il lato visibile della sporcizia morale. Se i romani sono porci, Roma è un porcile. Dove avvengono mille nefandezze, compresa quella di succhiare soldi al Nord. Con i «romani porci» è compatibile «Roma ladrona». Ritirando ieri l’accusa «romani porci», i leghisti rilanciavano però quella di «Roma ladrona».

Gli «immigrati topi» sono un insulto estremo, perché il topo è un animale che fa strillare di ribrezzo, e le zone infestate di topi sono degradate, malsane, covi di malattie, focolai di peste. I topi portano la peste nel romanzo "La peste" di Camus e nel film "Nosferatu" di Herzog. Il film di Herzog è un remake dell’omonimo film di Murnau, che Herzog considerava il più importante prodotto in Germania, e lui voleva affermare un collegamento tra la Germania di prima e quella del suo tempo. Il collegamento sta nell’idea di «fonte di epidemia» che scoppia in silenzio e diventa inarrestabile. Nel nazismo, l’ebreo non è persona ma topo.

In "Schinder’s List" il capo-lager Amon Goetz s’innamora di una prigioniera ebrea, l’abbraccia perfino, ma guardandola si pone il dubbio: «Sei tu un ratto? Sono questi gli occhi di un ratto?» e risponde: «Non sei una persona, nel senso pieno della parola». Lui è persona, e se lei l’ha fatto innamorare lei è colpevole. La picchia. Camus è ancora più esplicito. Scrive il libro nel 1947, appena finita la guerra, e il libro è una potente metafora del razzismo e del nazismo. In Camus la malattia portata dai topi non ha mai completa guarigione: il pericolo di contagio resta per i tempi a venire. Cioè per noi. Nel senso che i topi possono sempre saltar fuori.

Ed eccoli, riappaiono oggi. Per gli autori della campagna ticinese contro i lavoratori stranieri, noi italiani non siamo, con i rumeni, «portatori» di un male, ma «siamo il male», lo incarniamo. Siamo ratti. Il rimedio è la derattizzazione, cioè la nostra eliminazione. Camus diceva che di fronte alla diffusione del nazismo l’indifferenza dell’Europa era un errore, perché quella malattia aveva un solo rimedio: la prevenzione.

Di fronte alla campagna di derattizazione ticinese l’indifferenza dell’Europa di oggi sarebbe un errore altrettanto grave: se la campagna scatta oggi, è perché ieri non c’è stata abbastanza prevenzione.

 
Ferdinando Camon
© Avvenire, 30 settembre 2010
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