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Salire più in alto: la presenza della donna nella Chiesa

Il tema della presenza della donna nella Chiesa si sta facendo sempre più vivace. Non che sia mancato il dibattito in passato, ma spesso ci si limitava a porre la questione, senza andare più in là

Senza risalire ai secoli passati, già Giovanni XXIII nella Pacem in terris vedeva come uno dei segni dei tempi la maggiore presenza femminile nella vita pubblica. Era ovvio che la stessa domanda si sarebbe posta anche nella vita della Chiesa. Con Giovanni Paolo II, specialmente con l’esortazione apostolica Mulieris dignitatem, il tema è stato posto dall’istanza più alta del magistero. Benedetto XVI ne ha parlato più volte, anche con accenti accorati, ma non ha fatto in tempo a tradurre in operazioni concrete, in strutture e meccanismi, i propositi espressi. È uno dei punti che, con il gesto rivoluzionario delle sue dimissioni, ha lasciato in eredità al suo successore.

Papa Francesco ha ripreso più volte il tema con la consueta franchezza e spontaneità, e molti attendono che anche in questo campo proceda a gesti significativi e che lasceranno il segno. Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, primo e lungo documento ufficiale interamente del nuovo Pontefice, si afferma con decisione: «c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Perché “il genio femminile è necessario in tutte le espressioni della vita sociale; per tale motivo si deve garantire la presenza delle donne anche nell’ambito lavorativo” (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 295) e nei diversi luoghi dove vengono prese le decisioni importanti, tanto nella Chiesa come nelle strutture sociali» (n. 103). Il concetto viene ribadito anche al numero seguente, sottolineando anche che nella Chiesa «di fatto, una donna, Maria, è più importante dei vescovi» (n. 104). A questo punto si pone una grande sfida per la Chiesa e, direi, uno sforzo di fantasia, di cui lo Spirito Santo è sempre stato grande protagonista nella storia, e che sinora è mancato, per trovare le soluzioni più opportune. Non si tratta di clericalizzare le donne, come alle volte sembra venir proposto da certe soluzioni, ma di trovare gli spazi adatti in cui il carisma femminile possa esprimersi e venire valorizzato anche in termini di capacità decisionali e di autorità. O, come sarebbe più consono nella vita della Chiesa, di servizio autorevole all’intero popolo di Dio. Se le donne intendono acquisire potere nella Chiesa semplicemente sottraendolo agli uomini e rivendicandone le stesse funzioni, è probabile che risultino sempre perdenti. Ma è tutt’altro che facile identificare posizioni autorevoli, alternative a quelle occupate dagli uomini, adatte a valorizzare la complementarietà che la donna può e deve mettere al servizio della comunità ecclesiale e la loro femminilità. Pure in questo campo le donne devono esprimere quanto gli uomini non possono offrire, o non possono offrire da soli. Dio ha creato uomini e donne, due generi diversi tra loro, ma complementari e ugualmente necessari pure alla vita della Chiesa. In passato non sono mai mancate, nella storia della Chiesa grandi figure di donne che hanno smosso Papi e istituzioni. Come nella Bibbia sono presenti donne che hanno salvato il proprio popolo intervenendo nei momenti cruciali della storia della salvezza: Giuditta, Ester, Maria di Magdala che “sveglia” gli apostoli annunciando loro per prima la risurrezione di Gesù. Si tratta di interventi considerati spesso come straordinari, ma che in realtà fanno parte intimamente del tessuto biblico e, in particolare, del rapporto tra Gesù e le donne, come appare dai vangeli. La donna non aveva compiti istituzionali né molti diritti in seno alla società antica, anche ebraica. La società si è però profondamente trasformata dai tempi di Gesù e della fondazione della Chiesa. La legislazione e la cultura hanno fatto largamente posto alla donna e ai suoi carismi in fatto di istruzione, di cultura, di partecipazione alla vita politica e sindacale, ma non sempre hanno saputo predisporre i meccanismi adatti perché in tutti i settori le donne potessero effettivamente farsi valere. Il risultato è che in molti settori, ad esempio della vita pubblica e impresariale, le donne sono praticamente assenti nei posti direttivi. Nel tempo successivo alla laurea, infatti, mentre gli uomini fanno la gavetta, acquisiscono esperienze, si fanno conoscere e preparano così il loro accesso ai posti di responsabilità verso i 35-40 anni, le donne sono occupate a formarsi una famiglia e ad accudire i figli piccoli. Quando questi ultimi sono grandicelli e in grado di camminare con le proprie gambe, le donne che rientrano a pieno titolo in azienda o nell’amministrazione trovano tutti i posti già occupati dagli uomini. Non bastano quindi disposizioni legislative che assicurino parità di diritti, se non ci sono meccanismi adeguati che li tutelino di fatto con opportuni provvedimenti, rendendoli possibili. Nella Chiesa la cosa è certamente più complessa, perché il potere, o meglio, come preferisce dire il Papa, la potestà di giurisdizione — che dovrebbe essere di servizio (per evitare di scambiarlo per un dominio) — è riservata a chi è ordinato, e l’ordine è stato sinora riservato agli uomini. Sono esistite certamente diaconesse nella storia della Chiesa, che hanno pure esercitato atti di giurisdizione, ma si discute ancora se si sia trattato di diaconesse che avevano ricevuto un’ordinazione vera e propria o soltanto una benedizione. In ogni caso la Chiesa ha sempre concesso larga autonomia e autorità di gestione alle comunità monastiche femminili, e alle loro abbadesse, priore, superiore, anche quando la società civile non concedeva uguale potere decisionale autonomo alle donne nelle proprie istituzioni. Ma non intendo qui addentrarmi in complesse questioni canoniche e teologiche. Voglio solo ricordare che la Chiesa, nella sua storia, ha sempre dimostrato più fantasia di quella che vorremmo oggi imprigionare nei canoni o in rigide norme intoccabili. Concretamente, per parlare dei vertici, esiste già nella Curia romana e in molte curie diocesane una presenza femminile, una volta impensabile. In particolare, per quanto riguarda i pontifici consigli (ventidue in tutto), istituiti dopo il concilio Vaticano II — più agili e meno rigidi delle nove Congregazioni che risalgono alla riforma di Sisto v — le donne sono ampiamente presenti, come in altri organi dell’amministrazione vaticana. Nel campo dell’arte, come nei Musei Vaticani, la presenza femminile arriva già al cinquanta per cento del personale e non soltanto esecutivo. In campo economico, amministrativo, universitario e della comunicazione sono ormai molte le donne ben preparate e qualificate che potrebbero rivestire e rivestono di fatto anche posti direttivi. Lo stesso avviene in molte curie vescovili anche di grandi diocesi, e nelle università cattoliche. Non è però solo un problema di strutture, ma anche di mentalità. Ricordo anni fa l’arcivescovo (peraltro notoriamente aperto e riformatore) di una grande città, che trovava difficoltà a ottenere da Roma la nomina di un suo teologo di fiducia come rettore dell’università cattolica della sua città che mi diceva, alquanto amareggiato: «Pensi che a Roma stanno facendo leggere i suoi scritti, per valutarne l’ortodossia, a una suora!», come evidente segno di incompetenza e di cattiva gestione dell’autorità. Ma si trattava, a quanto mi risulta, di una suora laureata in teologia e docente in una università ecclesiastica di Roma. Il lavoro di base nella Chiesa poi da sempre viene svolto in massima parte dalle donne, alle quali si deve anche la prima iniziazione cristiana dei bambini e delle bambine, che avviene (o avveniva) in famiglia a opera di mamme e nonne. Non è esagerato affermare che senza l’apporto delle donne la vita della Chiesa si fermerebbe e subirebbe un impoverimento globale determinante. Le suore del resto erano sino a non molto tempo fa assai più del doppio dei sacerdoti. Ma a questo dato di fatto non corrispondono strutture che riconoscano in modo adeguato il ruolo svolto e facciano sentire alle donne di occupare un posto degno nella Chiesa, sia a livello locale, che diocesano o romano. La Chiesa ha caratteristiche proprie che non si possono omologare a quelle della società civile, ma ovviamente la propria organizzazione e lo stile di vita della comunità ecclesiale hanno sempre profondamente risentito di quanto avveniva intorno a essa. Basta pensare a quanta parte del diritto romano è entrata a far parte del diritto canonico. Se il governo civile fa sempre maggior spazio alla consultazione popolare e a meccanismi di decisione collettivi, è evidente che questo influisce anche sulla Chiesa che non per nulla, dal Vaticano II in poi, parla di maggiore collegialità (nonostante le resistenze che vi si oppongono tenacemente), che poi non è altro che un ritorno allo stile dei primi secoli della Chiesa. A questo stile più collegiale e comunionale è impensabile che non partecipino anche le donne, in grado di contribuirvi con caratteristiche e qualità che non a caso Dio ha voluto complementari a quelle degli uomini. In particolare vorrei richiamare l’aspetto della maternità, che ha infinite sfumature di tenerezza e di dono di cui anche la Chiesa ha bisogno, anche, ad esempio, nel corso della formazione dei sacerdoti. Si tratta di inventarne le modalità e di non limitarsi a enunciarne la necessità, come si è fatto spesso sinora. La Evangelii gaudium constata «con piacere» che molte donne condividono già responsabilità pastorali insieme con i sacerdoti, dando il loro contributo per l’accompagnamento di persone, di famiglie o di gruppi e offrono nuovi apporti alla riflessione teologica. Molte sono laureate in teologia ed esperte in Sacra Scrittura con competenze e pubblicazioni non inferiori a quelle di molti colleghi maschi. Non sono poche le donne attive anche nel proporre esercizi spirituali e nell’animare riunioni spirituali. In realtà, le donne incontrano una doppia difficoltà per far sentire la propria voce e per svolgere ruoli attivi significativi: anzitutto quella che incontra tutto il laicato, che costituisce, come ricorda Papa Francesco, «l’immensa maggioranza del popolo di Dio» (Evangelii gaudium, n. 102) e che, nonostante gli sforzi, è ancora un “gigante addormentato”, ben lungi dal dare tutto l’apporto che potrebbe fornire. In secondo luogo quella di essere appunto donne, a cui si fa ancora a fatica a riconoscere la possibilità di accedere a ruoli tradizionalmente riservati agli uomini. Lavorando pochi decenni fa in un liceo gestito da religiosi (e frequentato allora soltanto da alunni maschi), le prime proposte di assumere anche insegnanti donne trovarono l’opposizione non dei religiosi che lo gestivano, ma degli insegnanti laici, tutti rigorosamente uomini, che evidentemente temevano un’agguerrita concorrenza femminile. O, più semplicemente, di perdere il posto. Così, in molti ambienti, il ruolo di servizio delle donne — come ha denunciato il Papa — rischia di scivolare verso un ruolo di servitù, alle volte con il pieno consenso delle relative superiore, se si tratta di religiose, che lo difendono come parte del proprio carisma. Fa onore alle donne che cerchino evangelicamente gli ultimi posti, ma tocca alla Chiesa, o alle comunità, chiamarle, altrettanto evangelicamente, a salire più in alto. Le vocazioni alla vita religiosa e sacerdotale attraversano, come è noto, una profonda crisi, specialmente nei Paesi di antica tradizione cattolica. Il problema è assai complesso e i motivi sono pure molteplici, ma, nel caso delle religiose di vita attiva ci si può chiedere se, almeno in parte, il fenomeno non sia dovuto ai ruoli sistematicamente subalterni svolti dalla suore. Ruoli che oggi possono svolgere anche laiche, assistenti sociali, insegnanti che non rinunciano anche a formarsi una propria famiglia. L’identità della religiosa infatti non è più così specifica come una volta e si confonde con i compiti delle laiche, pur mancando della consacrazione espressa dai voti. Paradossalmente lo dimostra anche la tenuta della vita claustrale che, in media, non ha conosciuto la stessa crisi e la cui vocazione, come vita veramente alternativa, è tuttora chiaramente definita. Il successo dei movimenti, per quanto minoritari rispetto all’impianto delle parrocchie, dove le donne hanno spesso posti direttivi e decisivi, sembra confermarlo.

Come si vede, si tratta di un ambito estremamente delicato, che riguarda tutta la Chiesa, ma che non può essere eluso, e nel quale il discernimento assistito dallo Spirito Santo, a cui il Papa, da buon gesuita, fa spesso appello dovrà essere messo coraggiosamente all’opera per rendere più amabile e credibile il volto della Chiesa del Signore.

Gian Paolo Salvini

© L'Osservatore Romano, 1 aprile 2014

GianPaolo Salvini (Milano, 1936) entra nella Compagnia di Gesù l’8 dicembre 1954. Sacerdote dal 1967, studia filosofia, economia e teologia. Nel 1969 fa il suo ingresso nella redazione di «Aggiornamenti Sociali» — di cui diverrà poi direttore — occupandosi in particolare dei problemi del sottosviluppo e dell’America latina. Dopo aver vissuto alcuni anni a Salvador, in Brasile, dal 1984 è nella redazione de «La Civiltà Cattolica», rivista di cui è stato direttore per ventisei anni (1985-2011). Padre Salvini è oggi consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

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