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San Girolamo, il traduttore asceta che discuteva coi peccatori

Scrittore infaticabile, grande erudito e ottimo traduttore, a lui si deve la Vulgata in latino della Bibbia. Di carattere focoso, soprattutto nei suoi scritti, amava la vita ascetica. Provocò consensi o polemiche, fustigando vizi e ipocrisie e polemizzando con sprovveduti, dotti, santi e peccatori

La personalità biblica di Girolamo è da collegare al benefico diffondersi in Occidente dell’esegesi spirituale di Origene e alla forte presa avuta dal Cristianesimo del tempo sulla gioventù della seconda metà del secolo IV e primo ventennio del V, che incrementò tanto le scelte di vita ascetica legandole allo studio della Bibbia. Il profilo essenziale di Girolamo (la dicitura più comune) o Gerolamo (in latino Hieronymus dal greco Ieronymos = che ha un nome sacro) si ricava principalmente dal suo scritto De viris illustribus del 393 (Gli uomini illustri) e dal suo Epistolario (in particolare l’epistola 84, 6) dove parla di quando era a Roma alla scuola di Donato.

Nato a Stridone (in Croazia), da genitori cristiani, dopo gli studi fatti in loco, verso il 360 si recò a studiare a Roma frequentando, con i suoi compatrioti Bonoso, Rufino e Eliodoro, la scuola di Elio Donato, noto commentatore di Terenzio e di Virgilio. A Roma nel 366 ricevette il battesimo. Dopo tale data lo troviamo prima a Treviri (l’allora capitale effettiva dell’Impero d’Occidente), quindi ad Aquileia assieme a Rufino e Eliodoro in un centro di vita ascetica guidato da Cromazio. Lì, con l’amico Rufino, lesse Ilario di Poitiers, copiandone le opere, e anche maturò la scelta di vita ascetica (diventare cioè monaco) di cui si era già invaghito a Treviri. Tre periodi segnarono particolarmente la sua vita: dapprima il periodo di permanenza in Oriente (372- 381). Verso il 372 Girolamo, carico di molti testi classici, si recò in Oriente dove, ad Antiochia di Siria fu ospite di Evagrio. Quindi passò un decennio nel deserto di Calcide. Su consiglio di Evagrio accettò di essere ordinato presbitero da Paolino, vescovo di Antiochia, un ministero che tutta via lui non volle mai esercitare. Scrisse in quel tempo la Vita Pauli monachi (Vita di Paolo eremita) gettando le basi dell’eremitismo occidentale. Nel 379-381 fu a Costantinopoli dove, da Gregorio di Nazianzo, fu avviato allo studio dell’opera di Origene. Tradusse la Chronica di Eusebio di Cesarea e le 14 omelie origeniane su Geremia e Ezechiele.

Ecco come nacque la Vulgata

Il successivo periodo romano (382-385): nel 382 Girolamo, accompagnando a Roma il vescovo Paolino di Antiochia, frequentò papa Damaso che lo incoraggiò in modo particolare perché si dedicasse all’attività biblica. A lui Girolamo dedicò, nel 383, la traduzione delle due omelie di Origene sul Cantico dei cantici e, nel 384, iniziò le antiche versioni latine dei Vangeli e poi del Salterio (testo andato perduto). Quanto al Nuovo Testamento, tranne che per i Vangeli, Girolamo non ritornò più sulla sua revisione dal greco, toccò al suo discepolo Rufino il Siro mettere a punto la redazione divenuta poi la Vulgata, adottando e anche modulando i criteri del maestro. La Vulgata, più che un’edizione ufficiale della Bibbia curata da Girolamo, approvata e promulgata da papa Damaso, nacque libro dopo libro, dedicati di volta in volta a amici diversi.

La storia della sua ricezione come della tradizione manoscritta di Girolamo resta ancora da scrivere. Il latino biblico di Girolamo divenne intanto un modello per l’intero Occidente. In quegli stessi anni Girolamo fondò il circolo biblico dell’Aventino, avviando allo studio della Bibbia donne della nobiltà romana (in particolare le vedove Paola e Marcella), in tale contesto egli scrisse la famosa lettera a Eustochio, la figlia di Paola, sulla verginità e i mezzi per custodirla. Nello stesso tempo scrisse anche l’opera Adversus Helvidium (Contro Elvidio) in difesa della perpetua verginità di Maria. Infine, il secondo periodo orientale (385-420). La morte di papa Damaso (dicembre 384) e le forti tensioni con il clero di Roma constrinsero Girolamo a ritornare in Oriente.

Nell’agosto del 385 egli lasciò definitivamente Roma, stabilendosi a Betlemme in un monastero. Gli anni 386- 393 segnarono una sua intensa attività letteraria soprattutto biblica. Produsse i commenti delle Lettere paoline a Filemone, ai Galati, agli Efesini e a Tito e, per l’Antico Testamento, il commento all’Ecclesiaste. Tradusse, come sussidi alla lettura delle Sacre Scritture: un’opera di Filone Alessandrino elaborata da Origene, il Liber hebraicorum nominum (Libro dei nomi ebraici), e il libro geografico dei luoghi biblici di Eusebio (il De locis, l’Onomasticon di Eusebio). Nel 391 iniziò a tradurre dall’ebraico l’Antico Testamento cominciando da Isaia. Nel 405 terminò il Pentateuco e il libro di Esther. Dopo scrisse il De viris illustribus, da considerarsi il primo manuale di patrologia, poi l’Adversus Iovinianum contro Gioviniano che avversava le scelte ascetiche. Il 393 fu una data particolare per Girolamo. Da quell’anno, sotto la spinta di Epifanio di Salamina, di cui tradusse la lettera che muoveva accuse a Origene (395), ruppe con Origene e con quanti lo difendevano, vale a dire il suo amico Rufino, il nascente movimento pelagiano, i monaci delle Gallie che, tramite Cassiano, s’ispiravano a Origene. Le rispettive posizioni le abbiamo nell’Apologia in Hieronymum (401) di Rufino e nell’Adversus libros Rufini apologia di Girolamo. L’antico amico Rufino moriva intanto nel 410.

Gli scritti di Girolamo, maestro dei cattolici, ruzzolano per il mondo a guisa di lampade divine

Nel 415 Girolamo iniziò la sua polemica con i pelagiani. Nel 416 alcuni monaci – forse pelagiani – distrussero il suo monastero con l’annessa biblioteca. La morte lo colse il 30 settembre del 419 (secondo Gribomont) o del 420 (secondo la tesi più comune), quando stava commentando il profeta Geremia. Un anonimo pellegrino di Piacenza annotava, verso il 570, che Girolamo riposava a Betlemme sotto la chiesa della Natività, accanto alle tombe di Paola e di Eustochio. L’eredità spirituale di Girolamo è legata alle Sacre Scritture e alle scelte di vita ascetica, sia maschili che femminili. Già lui vivente tanti in Occidente gli si rivolgevano per questioni bibliche e dottrinali, da Paolino di Nola ad Agostino ad altri ancora. Giovanni Cassiano diceva ad esempio dei suoi scritti: “Gli scritti di Girolamo, maestro dei cattolici, ruzzolano per il mondo a guisa di lampade divine”.

Il suo rapporto con Agostino fu molto intenso. Dopo la sua morte, la tradizione della Chiesa latina non amò mai mettere i due padri in contrapposizione, ma li propose sempre uniti. Se Girolamo stimò assai Agostino, questi lodò spesso Girolamo per le sue opere. L’autorità di Girolamo non fu dovuta solo alla sua preparazione letteraria, che aveva messo al servizio del testo biblico, egli venne ritenuto anche un’autorità dottrinale alla pari di Agostino. In tempi recenti, papa Benedetto XV, nell’enciclica del 1920 Spiritus Paraclitus lo indicò quale “dottore sommo nell’esegesi scritturistica” avendo egli messo ogni sforzo “per raggiungere più compiutamente il senso della parola di Dio”.

Sul versante dell’eredità spirituale biblica, Girolamo ha lasciato alla Chiesa di Dio il suo sofferto itinerario esistenziale sostanziato di amore per lo studio della Bibbia, radice di una robusta santità cristiana. Egli pensò lo studio della Bibbia come ascesi, e consegnò ad altri tale spiritualità, legandola spesso alle scelte ascetiche o monastiche. È questo il significato di alcuni suoi scritti come la lettera a Eustochio, la Vita Pauli, la Vita Hilarionis, la Vita Malchi. Nel tradurre e revisionare la Bibbia in latino, Girolamo aveva come punto di partenza l’indirizzo origeniano della Scrittura, che la considerava segno o mistero dell’universo creativo e dell’economia salvifica, costituendo pertanto un mistero da decifrare e con cui comunicare. Aveva scritto Origene: “Avvertiamo che tutto è pieno di mistero” e Girolamo pose tale mysterion nelle singole parole e soprattutto nell’insieme di una frase. “Quanto a me” – egli precisava – “non solo ammetto, ma dichiaro con tutta libertà che, nel tradurre autori greci, a eccezione delle Sacre Scritture, dove anche la successione delle parole è una regola mistica, rendo non parola per parola, ma il senso con il senso”. Il ruolo delle Sacre Scritture nella vita del credente viene sviluppato da Girolamo quando si sofferma sul commentatoris officium o sul ruolo dell’esegeta che, per lui, consiste sostanzialmente nello spiegare il testo. Egli creò una circolarità ermeneutica tra il commentatore, il lettore e le Sacre Scritture, dove studio, insegnamento, ascolto, preghiera, ascesi, vissuto, secondo la luce penetrata nell’anima (il senso etico e spirituale del testo), fanno un tutt’uno. Il commento mira a istruire e a esortare, piuttosto che a dilettare (docere-delectare-prodesse o monere, i tre obiettivi della retorica applicati dai Padri alla Sacra Scrittura). Se al commentatore biblico incombe il compito di distinguere le opinioni eretiche da quelle vere circa un passo della Sacra Scrittura al lettore incombe quello di leggere le Scritture, non solo per il desiderio d’imparare e di conoscere, ma per tradurre gli insegnamenti nella vita.

“Desideriamo tradurre le parole in opere; non dire cose sante, ma farle”

Girolamo scrive: “Desideriamo tradurre le parole in opere; non dire cose sante, ma farle”. Studio, ascesi, lavoro, preghiera costituiscono le note della spiritualità biblica di Girolamo, tesa al servizio ecclesiale dell’intelligenza delle Scritture. Il filo unificatore di tale ascesi biblica è dato da Cristo, la chiave ermeneutica delle Scritture, un’amorosa conoscenza che permette di seguire Cristo e divenirne discepolo. In tale ottica egli avviò le matrone romane allo studio della Bibbia, mirando a farle divenire come Nepoziano “una biblioteca di Cristo”. Girolamo raggiunse così, tramite loro, quel mondo pagano del patriziato romano non altrimenti avvicinabile dal messaggio cristiano.

Quanta fatica e fedeltà richiedesse tale spiritualità egli l’ha lasciato scritto nella lettera a Eliodoro parlando di Nepoziano (nipote di Eliodoro): “Con l’assidua lettura e quotidiana meditazione egli aveva reso il suo cuore una biblioteca di Cristo”. Il lettore della Bibbia non è del tutto assimilabile al comune lettore di un qualsiasi altro testo letterario. Egli infatti non assolve solo alla funzione meccanica di leggere ad alta voce, perché egli è “colui che trasmette il messaggio dalla bocca dell’autore all’udito del discepolo”, necessita pertanto di essere prudente (prudens), diligente (diligens), interessato (curiosus), zelante (studiosus), informato (eruditus), qualità che qualificano, esplicitano e integrano la spiritualità biblica di Girolamo. Il dialogo del lettore con le pagine bibliche si concretizza poi in un dialogo con Cristo, perché tutte le Scritture parlano di lui. Nel Commento a Matteo prima, e nel Prologo a Isaia poi, si ha la sua famosa sentenza: “L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo”.

Il sano e dinamico rapporto con la Bibbia conferisce al lettore di Girolamo una capacità di discernimento spirituale del testo, che lo aiuta a superare il devozionismo biblico che, a quel tempo, si esprimeva nel  portare con sé evangeliari tascabili con sopra croci di legno e simili. “Donnicciuole superstiziose – egli annota – procedevano con piccoli evangeliari, con croci di legno e altri oggetti simili. Esse hanno certamente lo zelo per Dio, ma non secondo la scienza”. L’impegnativa lettura di Girolamo nell’avvicinare le Sacre Scritture e nel proporle agli altri, ce lo rende ancora oggi presente nella dimensione in cui lui scriveva a Paolino di Nola: “Pur rifiutando  di farti da maestro, ti assicuro che mi avrai sempre compagno”.

© www.famigliacristiana.it, lunedì 30 settembre 2019

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