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Convegno di Roma. Al dibattito del Progetto culturale sui giovani, la questione del rapporto tra Vangelo e nuove generazioni Con un occhio però anche sugli adulti: perché è proprio questa fascia d’età che deve assumersi le responsabilità dell’educazione.

Ma Gesù può essere contemporaneo anche dei giovani d’oggi? A voler essere un tantino manichei, dal dibattito sull’argomento inserito all’interno del convegno organizzato a Roma dal Progetto culturale della Chiesa italiana, sono uscite le classiche due scuole di pensiero. Quella del 'no' (o per lo meno fortemente problematica), capitanata dal teologo don Armando Matteo. E quella del 'sì' (o per lo meno della serie «non fasciamoci la testa prima di essercela rotta») che ha avuto nello scrittore Alessandro D’Avenia il suo portabandiera.

Con il professor Roberto Vecchioni in posizione intermedia («Siamo noi adulti che dobbiamo far conoscere ai giovani chi è veramente Cristo») e il giornalista di Avvenire Alessandro Zaccuri a fare da moderatore/provocatore, nelle due ore di stimolante discussione. A un esame più approfondito, però, le distanze tra le diverse sensibilità e tipi di approccio sono risultate notevolmente inferiori a ciò che è apparso dal vivo. E in definitiva è emersa una sintonia di fondo sul fatto che anche oggi, come in varie epoche del passato, Cristo potrà essere contemporaneo anche dei giovani se ogni fascia di età la smetterà di puntare il dito verso le altre, per assumersi in toto le proprie responsabilità. Al di là del simpatico 'duello' verbale tra Matteo e D’Avenia, infatti, a questo risultato miravano in fondo le rispettive argomentazioni. Si prenda, ad esempio, il grido di allarme del teologo (autore tra l’altro di un libro 'provocatorio' come Prima generazione incredula, Rubbettino editore).

«Gesù oggi è per la maggior parte dei giovani un affare privato del Papa e dei preti, qualcosa di estraneo, un personaggio nobile tutt’al più, che tuttavia non si presenta mai all’appello quando nella vita bisogna prendere le decisioni che contano». Secondo don Matteo, un segnale a suffragio di questa tesi è «il grande analfabetismo religioso di moltissimi studenti universitari». E anche quelli che vengono interpretati come «trionfi», ad esempio la partecipazione alla Gmg di Madrid, in realtà non sono tali, «perché nella capitale spagnola, la scorsa estate, è andato solo l’1 per cento della popolazione giovanile italiana».

Eppure, ha aggiunto il sacerdote, «se ci sono oggi delle persone alle quali Gesù può essere veramente contemporaneo, quelli sono i giovani, perché soffrono più degli altri. Soffrono per le guerre, per la droga, per lo sfruttamento sessuale, per la mancanza di futuro. I giovani – ha sottolineato – sono i nuovi poveri». Diversa la percezione di D’Avenia: «Se guardiamo alla storia, è sempre stato così. E i genitori hanno sempre fatto fatica a educare. Del resto, Gesù non è mai preoccupato eccessivamente dei grandi numeri, ma ha badato soprattutto a quelli che incontrava sulla sua strada». Lo scrittore ha ricordato a tal proposito l’episodio evangelico del giovane ricco. «Guardatolo, lo amò. È questo sguardo che raggiunge il nucleo di indistruttibile bellezza all’interno di ognuno di noi – ha spiegato l’autore di Cose che nessuno sa – a fare di Gesù un contemporaneo dei giovani. Io l’ho imparato dai miei genitori e da don Pino Puglisi (il sacerdote palermitano vittima della mafia, ndr ), che era mio professore di religione. E penso che noi dobbiamo imparare a guardare i giovani con lo stesso sguardo, non avendo paura di eventuali fallimenti. Solo così i giovani stessi cesseranno di essere oggetti da laboratorio per ritrovare la libertà di figli, che ne fa persone amate».

Ecco, su questo terreno le due scuole di pensiero apparentemente contrastanti hanno trovato il loro punto di incontro. Il compito di mostrare la contemporaneità di Cristo ai giovani, la sua imprescindibilità per costruire una vita buona, spetta infatti anche e soprattutto agli adulti. Tutti d’accordo i tre relatori su questo punto. Roberto Vecchioni: «I ragazzi hanno bisogno di maestri, che oggi spesso mancano. Hanno bisogno cioè di essere portati per mano a scoprire un senso per la vita, al di là delle occupazioni e preoccupazioni quotidiane. Ma se continuiamo a nutrirli solo di internet, televisione e cose materiali, poi sarà difficile educarli anche al più elementare senso etico e sociale. Invece se abbiamo fatto dei figli, dobbiamo dividere il nostro tempo con loro». Don Matteo: «Il problema è che oggi anche gli adulti vogliono essere giovani. Cura ossessiva del corpo, Viagra, sport a tutte le età sono le principali spie di questo atteggiamento. È chiaro dunque che se tutti vogliono essere giovani, la gioventù sparisce.

Questa generazione di adulti ha spento il pensiero e acceso la tivù». D’Avenia: «La strada da percorrere è quella di assumersi le proprie responsabilità. Recentemente, nella scuola in cui insegno ci siamo trovati di fronte a un grosso problema con alcuni studenti molto litigiosi tra loro. Le abbiamo provate tutte, ma alla fine ci siamo accorti che il vero problema erano le fratture tra noi professori». Come dire che il problema dei giovani sono gli adulti.

Un’ammissione di responsabilità che è già un bel passo in avanti.

Mimmo Muolo

 

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© Avvenire, 11 febbraio 2012

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