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Se la genitorialità biologica viene mandata in serie B

In un recente e vivace dibattito svoltosi nel Comitato nazionale per la bioetica, alcuni membri hanno sostenuto di non vedere alcuna differenza sostanziale tra genitorialità biologica e genitorialità sociale.

La famiglia, si è sostenuto, è realtà spirituale prima ancora che naturale; è il luogo degli affetti; vanno considerati e rispettati come madri e padri coloro che si prendono cura dei figli, proprio e solo perché se ne prendono cura, più che per il fatto che li hanno procreati e hanno loro trasmesso un patrimonio genetico. Un’affermazione, questa, molto nobile, che fa subito venire in mente quanto possa essere profondo e autentico l’amore dei genitori adottivi verso i bimbi loro affidati e quanto possa essere giustificato l’appellativo di "padre" e "madre" nello spirito che viene usualmente rivolto ai religiosi nella tradizione cristiana. Un’affermazione, però, oltre che nobile, anche molto rischiosa, perché spesso utilizzata per legittimare l’aspetto più inquietante della procreazione assistita eterologa, quello in cui il membro sterile della coppia, pur di divenire genitore "sociale" di un bambino e di poterlo allevare come proprio figlio, acquisisce (o compra) i gameti di anonimi soggetti, ben disposti a contribuire alla genitorialità "biologica" del bambino e nello stesso tempo a rinunciare a qualsiasi forma di genitorialità "sociale" nei suoi confronti. Su quanto possa essere ammirevole la genitorialità sociale nelle adozioni non può esserci alcun dubbio. Ma si tratta pur sempre di un’ esperienza di genitorialità di carattere eccezionale e alla quale non può essere riconosciuta una dimensione valoriale addirittura superiore a quella biologica. Non è difficile ricostruire la linea argomentativa che porta a questo esito: quella sociale sarebbe, in quanto genitorialità spirituale e intenzionale, una genitorialità di elevatissimo rango; quella biologica sarebbe invece una genitorialità naturalistica, spesso non intenzionale e, come tutto ciò che appartiene alla mera natura, non avrebbe alcun particolare valore, se non di basso rango. Emergono in queste forme di pur comprensibile sensibilità brandelli di antiche svalutazioni della fisicità umana (tutte inevitabilmente orientate a ritenere il corpo la «tomba dell’anima»), tensioni gnostiche (pronte a esaltare gli uomini spirituali – gli «pneumatici» – contro gli uomini carnali – i «sarchici» –) e pretese razionalistiche di timbro neoilluministico, i cui limiti e la cui ingenuità risultano subito evidenti, peraltro, quando si rifletta sull’ansia che spinge verso la fecondazione artificiale tante persone, che scartano risolutamente qualsiasi ipotesi di adozione, pur di avere un figlio "procreato" secondo natura. Il punto è che se lo spirito merita rispetto (questo va da sé), lo merita anche il corpo, checché ne pensasse Plotino, quando mostrava di vergognarsi di averne uno. Merita rispetto proprio perché non è spirito, ma carne; e perché nell’uomo la carne non si riduce a mera fisicità, come negli animali, ma assume il rango – per usare la misteriosa espressione paolina – di «tempio dello spirito», un tempio chiamato, per la fede cristiana, a qualcosa che è al limite dell’incredibile, cioè alla resurrezione. Dal rispetto del corpo parte il rispetto della persona umana e l’omaggio che rendiamo al corpo è inseparabile dall’omaggio che dobbiamo alle persone, a tutte le persone. Il corpo umano che procrea non attiva soltanto dinamiche biologiche, ma anche profonde dinamiche antropologiche, in particolare nelle donne, che attraverso la gravidanza, portano avanti con il figlio un dialogo incessante e di ben nove mesi. Amare i figli, solo perché li abbiamo procreati, onorare i genitori, solo perché da loro siamo stati procreati, essere solidale coi propri fratelli, nel nome della comune genitorialità, non è rozzezza fisicistica, ma accettazione consapevole della nostra autentica identità creaturale. Ed è un amore, quello governato dai vincoli di familiarità naturale, che nulla toglie al grande valore delle diverse forme di genitorialità e di fraternità sociale e che non va mai posto in antagonismo con esso. Attraverso le diverse forme di familiarità sociale, infatti, lo spirito umano, adottando le modalità della carne e assumendone perfino il lessico, dimostra fino a qual punto esso debba rinunciare ad ogni arroganza e ad ogni narcisistica pretesa di primato sul corpo cui è individualmente e indissolubilmente legato. Almeno sotto questo profilo, spiegava San Tommaso, gli uomini, creature corporee, hanno un primato sugli angeli, creature esclusivamente spirituali (e da questo punto di vista infinitamente superiori agli umani): solo gli uomini e le donne, e non gli angeli, hanno la misteriosità potenzialità – proprio come Dio – di procreare. Se si assumesse piena consapevolezza di queste verità antropologiche, tante pratiche di cessione di gameti, che rendono possibili genitorialità sociali, creando però nello stesso tempo le riduttive e controverse figure dei genitori meramente biologici, destinati fin dal principio a non avere alcun rapporto con i figli nati da loro, apparirebbero per quello che propriamente sono: vere e proprie forme di umiliazione della dignità della persona umana.
 

Francesco D'Agostino

 

© Avvenire, 8 novembre 2011

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