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Taizé e l'Europa dei monaci

«La comunità di Taizé è solo un piccolo germoglio innestato sul grande albero della vita monastica, senza il quale non potrebbe vivere [...] Radicata in terra cluniacense, la nostra comunità ha tratto ispirazione dalla lunga esperienza dei monaci di Cluny. Non ha tentato di imitare Cluny, ma ha voluto trovare la propria strada».

Settant’anni fa, la mattina del 20 agosto 1940, frère Roger arrivava a Cluny in bicicletta. Aveva venticinque anni. Era partito da Ginevra per cercare un posto dove stabilirsi. Lungo la strada aveva visitato alcuni luoghi, ma non vi si era fermato. Era attratto da Cluny, di cui conosceva la storia, però pensava che vi avrebbe trovato solo le rovine di un antico monastero. Fu stupito nello scoprire a Cluny una cittadina. Là un notaio, mastro Bourgeon, lo informò che c’era una casa in vendita a dieci chilometri, nel paese di Taizé. Riprese la bicicletta e vi si recò immediatamente. Così è cominciata la storia della nostra comunità. Settant’anni di Taizé: sono ben pochi rispetto ai mille e cento di Cluny! Ecco perché frère Roger diceva: «La comunità di Taizé è solo un piccolo germoglio innestato sul grande albero della vita monastica, senza il quale non potrebbe vivere». Era consapevole che non per caso era stato condotto a Cluny e poi sulla collina di Taizé. Ecco che cosa ha scritto: «Indubbiamente c’è un senso nel fatto che il nostro paese sia posto fra Cluny e Cîteaux. Da una parte c’è Cîteaux, rianimata da un cristiano notevole: san Bernardo. San Bernardo fa presentire tutto l’ardore riformatore che esploderà nel XVI secolo. Rifiuta qualsiasi compromesso di fronte all’assoluto evangelico. Ha il senso dell’urgenza. Dall’altra parte c’è Cluny, la grande tradizione benedettina che ha umanizzato tutto ciò che toccava. Cluny, con il suo senso della misura, della comunità visibile edificata nell’unità». Poi Frère Roger prosegue: «Fra gli abati di Cluny figura quel cristiano notevole che fu Pietro il Venerabile, così umano e che aveva a cuore la carità e l’unità. Più avanti rispetto alla mentalità del suo tempo, accoglie e offre rifugio ad Abelardo, che l’opinione generale condanna». Radicata in terra cluniacense, la nostra comunità ha tratto ispirazione dalla lunga esperienza dei monaci di Cluny. Non ha tentato di imitare Cluny, ma ha voluto trovare la propria strada. L’eredità spirituale di Cluny sarebbe stata troppo pesante per la nostra piccola comunità. Per questo, negli anni Sessanta, frère Roger aveva declinato la proposta del prefetto di Saône-et-Loire e del vescovo di Autun di sgomberare per trasferire la comunità tra le mura dell’abbazia di Cluny. Taizé doveva trovare la propria strada. La nostra comunità si è lasciata ispirare anche dalla gioia e dalla semplicità di san Francesco d’Assisi. È stata segnata anche dalla profondità della spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, portata sulla nostra collina dalle Sorelle di Sant’Andrea. Qual è allora l’ispirazione che i fratelli di Taizé hanno ricevuto da Cluny? Vorrei citare tre punti. Innanzitutto l’accento posto sulla bellezza della preghiera comunitaria. La bellezza della liturgia, del luogo di preghiera, del canto, apre il cuore a una relazione personale con Dio. Fare di tutto per aiutare giovani e meno giovani a scoprire tale relazione personale con Dio è certamente una priorità nel nostro ministero. Il secondo punto è l’importanza data alla trasfigurazione. Questa festa celebrata in Oriente è stata introdotta in Occidente nel XII secolo dall’abate di Cluny Pietro il Venerabile. Perché è tanto importante? Nel Vangelo il racconto della trasfigurazione mostra Gesù sul monte, in preghiera, in grande intimità con Dio. Una voce si fa sentire ai discepoli: «Questi è il mio Figlio prediletto». Il mistero di Gesù appare davanti ai loro occhi: la sua vita consiste nella relazione d’amore con Dio Padre. Quando, nella preghiera, guardiamo la luce del Cristo trasfigurato, essa a poco a poco ci diventa interiore. Il mistero di Cristo diventa il mistero della nostra vita. Ciascuno di noi è anche il figlio prediletto di Dio. Come Gesù, possiamo anche noi abbandonarci a Dio. E in cambio Dio trasfigura la nostra persona, corpo, anima e spirito. Allora anche le fragilità e le imperfezioni diventano una porta attraverso la quale Dio entra nella nostra vita. Attraverso lo Spirito Santo, Cristo penetra ciò che ci inquieta di noi stessi, tanto che le oscurità sono chiarite. Il terzo punto è la grande capacità dei monaci di Cluny di superare le frontiere in Europa. C’erano monasteri dappertutto. L’esempio di Cluny ci insegna che l’Europa si costruisce anche a partire da una vita interiore, da una vita di fede. Noi fratelli siamo stati condotti, senza averlo previsto, a vivere quotidianamente un’apertura internazionale. E insieme a giovani di tutti i continenti ricerchiamo quelle fonti interiori che permettono di vivere come una sola famiglia umana, nonostante le differenze di cultura. I monaci di Cluny rimangono i testimoni che, nella storia, talvolta sono bastate poche persone per far pendere la bilancia dalla parte della pace. A cambiare il mondo non sono tanto le azioni spettacolari, bensì la perseveranza quotidiana nella preghiera, nella pace del cuore e nella bontà umana.

Meditazione tenuta domenica 2 maggio all’abbazia di Cluny
(traduzione di Anna Maria Brogi)
di frère Alois, priore di Taizé

© Avvenire, 2 agosto 2010

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