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Tv, con le multe paga il più debole

Impossibile chiedere ai direttori dei Tg o ai loro redattori di fare gli eroi. Ma un'intervista in cui parla solo Berlusconi non è giornalismo, è propaganda.

E così, per il pacchetto di interviste benevolmente concesso a Berlusconi, cinque telegiornali si sono beccati un bel pacchetto di multe. Dice l’AgCom che hanno violato i regolamenti elettorali, ed è vero. Non senza, tuttavia, una parziale ingiustizia. Certo non convince la reazione dei cinque direttori televisivi, “non ci lasciano fare il nostro lavoro”. Uno per uno, Mediaset e Rai, sapevano tutti che il loro era un servizio reso a Berlusconi.    Cerchiamo però di essere realisti. Quando  il premier convoca d’autorità una testata Tv, da lui stipendiata o condizionata, non è facilissimo rispondergli di no. Ovvio che l’AgCom non può multarlo, cosa che del resto lo lascerebbe del tutto indifferente. Ma non diciamo, per favore, che la colpa è esclusivamente dei Tg, pubblici o privati, incensurati o “recidivi”, e Berlusconi non c’entra. E’ stato lui a dirigere il balletto, “arroganza a reti unificate”.         

     Dopo questa sentenza, e dopo le sdegnose ma fin troppo prevedibili repliche dei penalizzati, c’è da chiedersi non già se il giornalismo televisivo sia libero – faremmo ridere gli spettatori - ma se esista ancora. Andiamo subito al concreto, parlando appunto del lavoro di intervistatore e di come si usa svolgerlo, per esempio, sulla carta stampata.  L’intervista si fonda sul più lineare dei criteri: da una parte c’è uno che fa domande, dall’altra uno che risponde. Niente di ciò si ravvisa nei  comizietti del premier. I cinque emissari sono andati da lui col cappello in mano, limitandosi a un “dica pure”. E Berlusconi ha detto, parlando da solo. Il giornalista, che dovrebbe essere tenuto a incalzare, cercare delucidazioni, passare dalla sostanza ai dettagli, eventualmente ribattere o contestare, non ha mai aperto bocca. Se questo è “fare il nostro lavoro”...    

     Si dirà: ma c’erano solo tre o quattro minuti, mancava il tempo per un minimo di dialogo. Inoppugnabile. Senonché, per i cinque direttori chiamati dall’alto, questa non è una attenuante. E’ un’aggravante. Un direttore di Tg ha esperienza quanto basta per sapere che in tre o quattro minuti parla solo il politico. Se poi è il politico a dettare modi e tempi, e il direttore si inchina, non si può più parlare di giornalismo. E’ solo una mano data al padrone, mandando allo sbaraglio i redattori e obbligandoli ad una inevitabile figuraccia.       

     Assai più dei loro direttori, questi cinque dipendenti non avevano scelta. Il nostro è un mestiere gerarchico. In redazione c’è chi comanda, sperabilmente con larghezza di idee, e chi esegue, sperabilmente conservando la propria dignità. Ora immaginiamo un doppio rifiuto redazionale, opposto insieme al premier autoritario e all’ossequiente direttore di testata. Con l’aria che tira, e con i media brutalmente politicizzati – si legga la secca denuncia del cardinale Bagnasco – sarebbe stato un gesto inutilmente eroico. In casi del genere, o cambi mestiere o resti emarginato. I capi non hanno problemi: fuori il reprobo e dentro uno più disponibile, soprattutto meno ingenuo.        

     Si usa dire che una società libera non ha bisogno di eroi, e lo stesso vale per l’informazione tv. Oggi siamo al punto che l’unica isola non clientelare è il Tg di Mentana, in compagnia di Sky. Negli altri, rubriche di sinistra comprese, vigono dipendenza e preconcetto. Desolante. Se per essere liberi, addirittura “un po’ ” liberi, si è costretti a gettare il cuore oltre l’ostacolo, rischiando punizioni o isolamento, non basta dire che una larga parte del giornalismo televisivo non è più libera. Semplicemente, non è più giornalismo.

Giorgio Vecchiato
© Famiglia Cristiana, 24 maggio 2011
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