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Mons. Enrico Nicodemo

A Bari, dopo il breve periodo alla guida della diocesi calabrese di Mileto, fu chiamato ad amministrare il significativo e delicato passaggio della vita ecclesiale dalle antiche forme di religiosità tridentina alla pastoralità rinnovata del Vaticano II.

Enrico Nicodemo, arcivescovo di Bari dal 1952 al 1973, è stato un protagonista della Chiesa italiana nei complessi e difficili periodi delle trasformazioni sociali degli anni Cinquanta e Sessanta, nonché dell’evento conciliare e delle conseguenti evoluzioni istituzionali.

A Bari, dopo il breve periodo alla guida della diocesi calabrese di Mileto (1945-1952), è chiamato ad amministrare il significativo e delicato passaggio della vita ecclesiale dalle antiche forme di religiosità tridentina alla pastoralità rinnovata del Vaticano II. Particolare è la sua attenzione per la organizzazione della struttura parrocchiale della città di Bari in grande espansione come centro amministrativo e commerciale, oltre che sede universitaria e capoluogo di regione. Infatti, durante i venti anni della sua permanenza a Bari, nel territorio diocesano costituisce solo tre parrocchie, mentre nella città ne istituisce sedici. Dalle lettere pastorali di Nicodemo si deduce che la parrocchia deve essere protagonista sempre più inserita nella vita sociale del territorio, consapevole dell’enorme impegno educativo che i tempi delle modernizzazioni degli anni Cinquanta e Sessanta richiedono. Per la formazione e la vita dei sacerdoti cura il completamento della nuova sede del seminario che inaugura nell’ottobre 1953 e, accanto ad essa costruisce la Casa del clero, che apre nel 1956. Da Nicodemo il laicato cattolico barese viene impegnato nella costituzione e nella direzione del periodico Tempi Nostri che ha come animatore ed editorialista l’infaticabile don Michele Mincuzzi, ma soprattutto la formazione culturale e spirituale dei laici è affidata dal vescovo, in maniera particolare, all’Azione Cattolica guidata, con saggezza spirituale e acuta aderenza ai fenomeni della società da Paolo De Palma per quasi tutto il ventennio episcopale di Nicodemo a Bari. Convintamente, dopo il concilio, promuove con immediatezza gli organismi collegiali proposti dal Vaticano II, primi fra tutti il Consiglio pastorale diocesano e quello presbiterale, autentica sede di discussione per i preti della diocesi.

Come presidente dei vescovi pugliesi vuole e firma numerose lettere collettive, fra le quali di risalto quelle del 1956 e del 1960; contribuisce con efficacia e fermezza alla ridefinizione della regione pastorale pugliese nei primi anni del post-concilio e si fa promotore a Bari nel 1968 di un centro di alti studi ecumenici, aprendo gli orizzonti pugliesi all’Oriente cristiano, secondo l’antica tradizione della regione. Nel 1966 costituisce l’Istituto pastorale pugliese, organismo collegiale di propulsione per la regione, che affida al giovane sacerdote Cosmo Francesco Ruppi, suo strettissimo collaboratore alla Conferenza Episcopale Pugliese.

I ruoli di carattere nazionale rivestiti da Enrico Nicodemo sono forse quelli meno conosciuti e studiati. Dal 1966 fino alla sua scomparsa è vicepresidente unico della Conferenza Episcopale Italiana, l’incarico certamente più prestigioso a carattere nazionale, ma non va dimenticato che dal 1955 è membro della Commissione episcopale per l’alta direzione dell’Azione Cattolica Italiana ed incaricato per il coordinamento dell’apostolato dei laici e dal 1957 vicepresidente del cardinale Siri nel comitato per le settimane sociali dei cattolici d’Italia. E’ protagonista sin dai primi tempi delle assemblee della CEI: nella riunione del 9 ottobre 1956 tiene la relazione principale sulla “apertura a sinistra” con toni teorici e secchi e sulla stessa questione interviene nel 1960, insieme al cardinale Siri, verso Aldo Moro per scongiurare l’alleanza fra DC e sinistra. Nella CEI del 1966 è membro del primo Consiglio di amministrazione della Conferenza, presidente del Centro nazionale per la famiglia, presidente della Commissione d’appello per il riordinamento delle diocesi italiane. Nel 1967 viene eletto dalla CEI a guidare la delegazione italiana al Simposio episcopale europeo di Rotterdam ed è riferimento organizzativo per la delegazione italiana al primo Sinodo dei vescovi tenutosi a Roma nello stesso anno. Nel 1968 è membro del comitato episcopale anti-divorzio. Nel 1970 lancia una proposta complessa per una nuova pastorale della chiesa italiana nel mondo del lavoro, dopo le scelte di Vallombrosa delle ACLI.

Enrico Nicodemo è stato un protagonista nelle istituzioni collegiali dei vescovi, e non solo, cercando sempre, però, di trovare il modo in cui la chiesa del Sud potesse essere presente dentro i cambiamenti sociali ed ecclesiali nazionali come anima della società. In questo senso la biografia di Enrico Nicodemo può essere considerata significativa per la storia del Sud e delle sue chiese. Molti vescovi, non solo meridionali, si sono riconosciuti in lui. I più significativi interventi di Nicodemo sul Mezzogiorno sono rappresentati dalla relazione sui problemi spirituali del Mezzogiorno all’Assemblea generale dell’Azione cattolica italiana tenuta a Napoli il 12 novembre 1955 e la relazione al convegno nazionale degli assistenti delle ACLI tenuto a Roma il 22 settembre 1957 sull’industrializzazione del Mezzogiorno nei suoi riflessi umani e pastorali. Quest’ultimo intervento di Nicodemo sull’industrializzazione aiuta a comprendere con chiarezza che l’arcivescovo di Bari non rifiuta le modernizzazioni e gli sviluppi, ma suo intendimento è quello di andare dentro le trasformazioni con i cattolici organicamente uniti e non con una chiesa meridionale ferma sulle soglie del “profano”.

Tutte le scelte che Enrico Nicodemo ha dovuto compiere nella sua vita di vescovo le ha sempre vissute nel segno della continuità della sua coscienza di cristiano, messa a dura prova dal confronto con la storia esaltante e travagliata del mondo contemporaneo e della stessa Chiesa.

prof. Francesco Sportelli

 

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