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Card. Anastasio A. Ballestrero

“Il Signore mi ha preso presto, perché ero un bel tipo! Ho capito poco, ma ho capito che dovevo dirgli di si”.

P. Anastasio Ballestrero nacque a Genova il 3 ottobre 1913. Manifestò subito un temperamento vivace e capacità di cogliere gli aspetti positivi della vita. Papà Giacomo, lavorava come magazziniere nel porto di Genova, mentre la mamma Antonietta, donna dolcissima, accudiva i cinque figli nati tra il 1913 e il 1922, due dei quali morti dopo pochi mesi di vita. L’ultimo parto fu difficile e la mamma, non ancora trentenne, iniziò un calvario che si concluse con la sua morte nell’anno 1923.
L’incontro con il cappellano del collegio “Bellimbau”: un prete “felice di essere prete”, che per primo gli parlò del Carmelo fu all’origine della sua vocazione… Dirà: “Il Signore mi ha preso presto, perché ero un bel tipo! Ho capito poco, ma ho capito che dovevo dirgli di si”. A partire da questa esperienza, fu assertore della necessità di scoprire e far sviluppare i germi di vocazione che spesso si trovano nei cuori dei ragazzi.
Vestì l’abito dei Carmelitani Scalzi il 12 ottobre 1928 a Loano e prese il nome di Fr. Anastasio del SS.mo Rosario. “Ero giovane, dirà, ricordando il tempo del noviziato, avevo 15 anni! Ma la certezza, la chiarezza, la felicità della mia vocazione l’ho avuta”. Visse il noviziato intensamente, si nutrì della spiritualità del Carmelo, lasciandosi trasformare dall’esperienza della presenza di Dio. Nel 1932 passò a Genova, dove proseguì gli studi. Il 6 giugno 1936 fu ordinato sacerdote, non aveva ancora 23 anni.
La prima esperienza pastorale di P. Anastasio fu come cappellano, presso la clinica Bertani, a Genova. Fu un’esperienza vissuta tutta d’un fiato, fin dopo la guerra. Si dedicò con slancio e comprensione verso i sofferenti, lasciandosi amare per la sua generosità. Si narra che, in quegli otto anni di cappellania, nessuno morì senza sacramenti.
Fu chiamato ad insegnare teologia presso lo studentato dei Carmelitani Scalzi, a Genova e, dopo qualche anno, ad assumere l’ufficio di maestro di formazione. In questo tempo, P. Anastasio continuò ad approfondire gli studi teologici. Dirà: “ho studiato, ho studiato molto”. In quegli anni, partecipò a Parigi ai lavori che si tenevano presso il circolo dei Maritain. Nel loro cenacolo parigino, il P. Anastasio ebbe modo di incontrare Bergson, Bernanos, Van der Meer, personaggi di grande statura umana e culturale. A Genova, invece, seguì le lezioni magistrali di Mons. Giacomo Moglia, figura di spicco e precursore delle riforme liturgiche del Vaticano II. Ricorderà quegli anni come un tempo di fermenti ed entusiasmi, con prospettive che avrebbero inciso sul suo pensiero, sulla sua vita.
Il Signore gli concesse il dono della parola, come ebbe modo di dirgli personalmente Paolo VI. La sua parola era pacata, vibrante di fede, capace di allargare gli orizzonti del Mistero; penetrava nel più profondo centro dell’anima, non lasciava indifferenti, rincuorava. Il suo parlare era intriso di Parola rivelata, memoria dell’esperienza teologica ed ecclesiale di S. Teresa di Gesù e S. Giovanni della Croce.
Dal 1948 al 1954, fu Provinciale dei Carmelitani Scalzi della Provincia di Genova. In questa esperienza la sua paternità si allargò ed il suo apostolato si estese.
Nel Capitolo Generale dei Carmelitani Scalzi, celebrato a Roma nel 1955, a soli 42 anni, P. Anastasio fu eletto Preposito Generale. Venne rieletto, per un secondo sessennio, nel Capitolo del 1961. Il suo impegno, in questo nuovo ministero, fu quello di animare i Carmelitani Scalzi e le Carmelitane Scalze, a vivere con coerenza e gioia gli ideali dei Fondatori, con la testimonianza di vita, senso di equilibrio, concretezza, richiamando, con orgoglio, il compito e il ruolo del Carmelo Teresiano nella Chiesa e nel mondo.
Partecipò, come Padre Conciliare, al Vaticano II, collaborando come perito, membro della Commissione teologica e dei diversi gruppi di studio; sostenne, con esortazioni e lettere, la riforma del Vaticano II nell’Ordine, a cominciare dalla riforma liturgica.
Il 21 dicembre 1973, “L’Osservatore Romano” pubblicò la notizia che Paolo VI aveva elevato alla sede arcivescovile di Bari, il P. Anastasio Ballestrero. Gli costò molto lasciare l’attività e la vita dell’Ordine. Doveva iniziare un’altro capitolo della sua vita, ed aveva 60 anni. Non fu
facile, ma P. Anastasio non era uomo da mezze misure. Coinvolse tutta la sua persona in questo percorso di “conversione vocazionale”. Venne consacrato vescovo il 2 febbraio 1974 nella Basilica di S. Teresa, a Roma. Da quel giorno tutta la sua azione pastorale fu un impegno perché il Concilio potesse diventare vita, come titola uno dei suoi libri.
A Bari, Ballestrero incontrò una Chiesa diocesana che viveva un forte processo di transizione, di rinnovamento, di “comunione pastorale creativa”, come la definì Mons. Mincuzzi, Ausiliare di Bari al tempo di Mons. Nicodemo.
Quale fu la novità metodologica e di azione pastorale di Ballestrero? Sicuramente va ricercata nel suo modo di intendere la corresponsabilità ministeriale. Intraprese il lavoro di pastore partendo dalla ricostituzione del Consiglio presbiterale (15.07.1974) e del Consiglio Pastorale Diocesano. Il modello adottato fu quello che aveva già sperimentato come Preposito Generale dell’Ordine: un Consiglio che svolgesse la funzione di organismo fondamentale per la riflessione e la programmazione dell’azione pastorale, con una funzione di raccordo tra l’intero presbiterio, riunito in modo assembleare, e gli altri organismi pastorali. La positività di questa scelta, che potremmo definire di ecclesiologia di comunione, favorì ulteriori esperienze ed iniziative di comunione e di corresponsabilità pastorale nella Chiesa di Bari. A questa opzione va collegata, sicuramente, quell’attitudine carmelitana del ministero episcopale di P. Anastasio.
La spiritualità carmelitana caratterizzò, in modo determinante, la sua persona, il suo pensiero, la stessa azione pastorale. L’attitudine contemplativa, il fiducioso abbandono alla Signoria di Dio, il primato della Parola, lo zelo missionario, l’ascesi umanizzante, la capacità di saper ascoltare, valutare persone ed eventi in maniera sapienziale, abbracciando la realtà con sguardo teologale, curando i rapporti interpersonali. Qui si concentrò ed espresse la sua umanità, la sua spiritualità, il suo essere vescovo, teologo. A Bari, Mons. Ballestrero, rimase solo tre anni e mezzo.
Infatti, quando cominciava a conoscere più in profondità quella realtà ecclesiale, Paolo VI lo volle arcivescovo nella Chiesa di Torino. Il 25 settembre 1977 fece ingresso nella sua nuova sede.
Si mise subito all’opera con il suo stile, cercando di conoscere persone, ambienti, situazioni.
Tutto osservando e valutando, passandolo al vaglio del discernimento orante. I suoi sacerdoti impararono a conoscere, un po’ alla volta, il suo cuore di padre. Con ciascuno di loro seppe usare tutte le sfumature dell’accoglienza, del dialogo, della comunicazione, della condivisione, dell’umorismo pur di conquistarli ad una serena e profonda comunicazione interpersonale.
Nel 1979, fu nominato Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e, nel concistoro dello stesso anno, Giovanni Paolo II lo nominò cardinale.
Gli anni della sua Presidenza CEI videro l’attentato al Papa, il referendum sull’aborto, il fenomeno della defezione sacerdotale e religiosa, il calo delle vocazioni, il nuovo Concordato tra S. Sede e Stato italiano, il faticoso iter per l’approvazione della seconda edizione del Messale Romano in lingua italiana, la revisione dei catechismi. Nel 1985, toccò a P. Anastasio Ballestrero promuovere il Convegno Ecclesiale di Loreto.
Rimase alla guida della Chiesa di Torino fino al 1989. Il 19 marzo 1989 prese commiato dalla Chiesa torinese. Lasciò un clero unito e ben preparato pastoralmente, un laicato più partecipe della vita della Chiesa, grazie anche i Consigli pastorali zonali da lui promossi.
I suoi 16 anni di servizio episcopale (1973-1989) furono senza sosta, quasi di corsa, aperti all’imprevedibilità di Dio, come lui amava ricordare: “Essere pastore significa vivere una vita non sistemata, non prevedibile, una vita abbandonata alle leggi della salvezza, alla logica della misericordia e alle sorprese della potenza di Dio. Farsi donatore instancabile di perdono, di verità, di amore, perché il gregge si componga nell’unità e nella fede e anche nella comunione cordiale degli spiriti, nella fraternità dei rapporti concreti”.
Lasciata la Diocesi di Torino, Si stabilì a Bocca di Magra, presso il Monastero di S. Croce. Da questo angolo di cielo, seguì pregando, ascoltando, soffrendo e gioendo della vita della Chiesa e del suo Ordine.
Gli ultimi anni furono una progressiva demolizione, da parte di Dio, di quel corpo che non aveva avuto regole e per il quale il P. Anastasio aveva riservato ben poco riguardo. La sua aspirazione fu tutta racchiusa nel voler restare nelle mani di Dio. “Alla sera della vita” volle assomigliare, anche in questo abbandono, al suo amato San Giovanni della Croce, di cui lui stesso disse: “Una creatura che ha veramente consumato la vita”.
Il Card. Anastasio Ballestrero morì il 21 giugno 1998, a Bocca di Magra (SP), consapevole di aver raschiato il fondo della vita, di averla totalmente donata, di aver spinto al massimo l’acceleratore dell’esistenza, di averla consumata la sua vita, senza sciupare nulla. Ora il suo corpo riposa nell’Eremo del Deserto di Varazze (GE).
Il ministero di Mons. Ballestrero sta tutto in questa passione ecclesiale, sacramento di una passione ulteriore: quella per l’amato Signore. Il suo è stato un servizio alla comunione ecclesiale, con una opzione tutta particolare alla vita dei “suoi” preti. Tutto in lui partiva da una profonda spiritualità, capace di approdare all’intimità con Dio e all’esperienza più semplice dell’amicizia, della convivialità, della cordialità. Sotto questo aspetto l’episcopato di Mons. Ballestrero è stato un momento di grande recezione del Vaticano II, un tempo di discernimento ed individuazione degli orientamenti pastorali fondamentali, una felice esperienza di comunione ecclesiale.
 

Dalla biografia di P. Luigi Gaetani, ocd

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