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Avvento. Ecco i 4 pilastri della vita di noi sacerdoti e consacrati

Le indicazioni di papa Francesco sono chiare: preghiera, vita comunitaria, studio e apostolato per costruire la "casa sulla roccia"

Quattro pilastri. Il Papa indica a noi sacerdoti e consacrati quattro pilastri su cui edificare la nostra vita. Non inventa niente, Francesco, ma attinge dall’antico tesoro della Chiesa la sapienza per non smarrire la strada intrapresa.

Preghiera, innanzitutto. Chi ama sente il bisogno di rimanere cuore a cuore con la persona amata. Il linguaggio degli innamorati è unico, irripetibile, personale. Vale per quella coppia non per le altre. Quando si è soli, si comunica con la parola e col silenzio; con gli occhi, i gesti, le coccole. Chi consacra la sua vita a Dio lo fa perché di Dio si è perdutamente innamorato e sente il bisogno di rimanere solo con lui. Hanno da dirsi cose che gli altri potranno solo immaginare. Pregare per un consacrato non è facoltativo, ma più necessario del respiro. La preghiera dilata il cuore, purifica le intenzioni, allarga gli orizzonti. Dona forza, alimenta la speranza. La preghiera ti fa sentire piccolo e grande allo stesso tempo, un figlio debole che si rispecchia in un Padre misericordioso e giusto.

Vita comunitaria. Dopo il tempo del silenzio e della solitudine viene quello dello stare insieme ai fratelli ai quali doni quello che hai ricevuto. Dai quali attingi il frutto della loro fede e delle loro fatiche. Non provare imbarazzo a dire a chi ti sta accanto:« Ho bisogno di te, fratello, dei tuoi consigli, della tua sapienza, del tuo conforto». Non siamo lavoratori autonomi, non prestiamo servizio per una multinazionale, siamo missionari che, liberamente, hanno accolto l’invito di portare al mondo un Dio che non si vede. Prima di accogliere un messaggio, giustamente, la gente chiede: che garanzie mi date? «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» ci raccomandò Gesù. Nessuna fuga in avanti, dunque, nessuna nostalgia di un passato ormai passato, nessuna tentazione di dividere ciò che Dio ha unito, ma un continuo vigilare per rimanere attaccati a Lui e alla Chiesa come i tralci alla vite. Abbiamo bisogno di rimanere insieme, per condividere le gioie e i dolori, le sconfitte e i successi; per prendere sulle nostre spalle il peso del fratello anziano, malato o troppo giovane per camminare da solo e non smarrirsi. “Ti prego, fratello, stammi accanto quando la mia vita arranca. Quando il cielo si chiude e Dio si mette a giocare a nascondino. Ricordami che proprio in quei giorni mi è più vicino di quando, felice, correvo a perdifiato. Ripetimi ancora che “se il chicco non muore il grano non cresce”». Vita comunitaria. Per spezzare insieme il pane che nutre il corpo e il Pane che fa volare l’animo.

Alla preghiera e alla vita comunitaria, il Papa aggiunge lo studio. Non sempre è facile ma tanto necessario trovare il tempo per fermarsi, riprendere i libri e mettersi a studiare. Non per uno sterile e vanitoso amore del sapere, ma per meglio servire i fratelli che Gesù mette sul nostro cammino. Sono tanti, ognuno porta i suoi problemi, i suoi dolori, la sua fede. Occorre essere capaci di comprendere chi ci sta davanti per meglio aiutarlo, perché faccia ritorno a casa più leggero, perché si senta perdonato e amato dal Signore. Studiare per rispondere alle sfide del tempo presente. Lo studio ci fa crescere, ci rende umili. Studiare vuol dire ammettere che abbiamo ancora tanto da imparare per poter arrivare a dire: so di non sapere. Studiare, quindi, per meglio servire. Studio perché amo.

Infine, l’apostolato. Raccontare agli altri le grandi cose che Dio ha fatto e va facendo in te ti riempie di gioia. Puoi farlo con la voce, con gli scritti, con il canto, con la musica, con le opere. Lo fai con la preghiera, la Messa, lo studio, correndo da chi ha bisogno. Apostolo, cioè mandato. Non vai a nome tuo, ma a nome della Chiesa che a sua volta è stata inviata da Gesù. Non sei una monade, ma una goccia nel fiume vivo che da duemila anni scorre verso il Mare. La tua santità fa più bella la sposa di Cristo, il mio peccato la sporca, la insozza. La tua fedeltà attira gli uomini a Cristo, il mio egoismo li allontana. Con mia grande responsabilità. Chissà se nella tua vita di prete, di frate, di monaco, passerai inosservato o sarai conosciuto. Ma che importa? «Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome da gloria». Io non so suonare né so cantare ma ringrazio Dio per i fratelli che lodano il Signore con la musica e il canto. Tanti di noi non siamo mai andati, di notte, a portare il Vangelo a quelle sorelle così povere da svendere il proprio corpo, ringraziamo Dio per chi porta loro un raggio di luce. Siamo un corpo solo, quello che è mio è tuo; quello che è nostro è di tutti.

L’Avvento si apre davanti a noi. Ringraziamo il Papa per averci fatto dono di queste perle tanto antiche e sempre nuove. Impegniamoci a mettere al primo posto la preghiera, la vita comunitaria, lo studio, l’apostolato. E insegniamo ai seminaristi, ai postulanti, ai novizi, a chi si sente chiamato alla vita consacrata, che solo su questi quattro pilastri si costruisce la “casa sulla roccia”. Casa che non crolla quando la tempesta imperversa e i fiumi straripano. Buon Avvento.

Maurizio Patriciello

© Avvenire, sabato 1 dicembre 2018

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