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Coronavirus. Con la Comunione spirituale l'Eucaristia "entra" nel cuore

Nella pandemia, di fronte all’impossibilità di partecipare alla Messa, il Papa e i vescovi invitano a riscoprire l’antica pratica cara a santa Caterina, san Tommaso, sant’Ignazio, Padre Pio

Lontani dall’ostia consacrata, ma non senza l’Eucaristia. Da quando l’emergenza coronavirus ha bloccato l’Italia e ha suggerito ai vescovi di rinunciare alle Messe con i fedeli, i rischi legati all’epidemia hanno reso anche “inaccessibile” il corpo di Cristo. Persino a Pasqua e nella Settimana Santa, cuore dell’Anno liturgico. Tutto ciò continua a essere fonte di sofferenza e anche di dibattito. Ma ha permesso di riscoprire un’antica pratica che almeno nella Penisola, costellata di chiese e celebrazioni a tutte le ore del giorno, era finita in un cassetto: la Comunione spirituale.

«Essa si colloca nell’orizzonte del desiderio di ricevere la Comunione sacramentale e i suoi effetti ma, allo stesso tempo, nell’impossibilità di poterla ricevere, come avviene concretamente in questo periodo», spiega il monaco benedettino di Monte Oliveto, padre Roberto Nardin. Docente di teologia sacramentaria alla Pontificia Università Lateranense, è tra l’altro membro del consiglio direttivo della Pontificia Accademia di teologia.

«Di fronte all’eccezionalità del momento – afferma lo studioso – si tratta di cercare di vivere nel miglior modo possibile quanto la celebrazione ci può offrire, anche se la nostra “partecipazione” è a distanza». Papa Francesco in più occasioni ha invitato alla Comunione spirituale. E anche i vescovi, insieme con i parroci, hanno fatto altrettanto. Quasi che il “pane del cielo” possa arrivare fino a casa, portato dalla volontà di comunicarsi comunque all’altare (che magari si vede solo in tv o sullo schermo del computer dove è possibile seguire in diretta le Messe a porte chiuse). La Comunione spirituale ha al centro una preghiera con cui si proclama l’aspirazione di unirsi a Cristo e di ricevere Gesù-Eucaristia. Papa Bergoglio ne ha suggerite due (che pubblichiamo in questa pagina). «Sono proprio le parole delle preghiere utilizzate che spiegano il senso di questa pratica – nota il religioso –. In esse, dopo la professione di fede nella presenza reale nel-l’Eucaristia, si afferma: “Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore”».


Le preghiere per “ricevere” Cristo
Ecco le due preghiere per la Comunione spirituale suggerite da papa Francesco.
Gesù mio, credo che Tu sei nel Santissimo Sacramento.
Ti amo sopra ogni cosa e Ti desidero nell’anima mia.
Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore.
Come già venuto, io Ti
abbraccio e tutto mi unisco a Te; non permettere che io mi abbia mai a separare da Te.
Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787)


La Comunione spirituale affonda le sue radici nella tradizione della Chiesa. «Un primo riferimento biblico – sottolinea Nardin – lo possiamo trovare in san Paolo quando afferma che i padri «hanno mangiato un cibo spirituale […] che era Cristo». I padri a cui si riferisce sono il popolo di Israele e precedono di molti secoli l’evento dell’Incarnazione: per cui la Comunione spirituale è vista come l’unica possibilità di rapporto comunionale con Cristo». L’epoca patristica riprende la tematica.

«E verrà successivamente chiarificata da san Tommaso d’Aquino e dal Concilio di Trento ma anche vissuta e insegnata da molti santi: da santa Caterina da Siena a san Francesco di Sales, da sant’Ignazio di Loyola a sant’Alfonso Maria de’ Liguori, da sant’Angela Merici a Padre Pio». È comunque a san Tommaso che bisogna tornare per comprenderne la portata. «Secondo il grande teologo della Scolastica – ricorda il benedettino olivetano – possiamo comunicarci in vari modi. Quello perfetto è la Comunione sacramentale e spirituale, in cui il secondo deriva dal primo. Il modo imperfetto è sia la Comunione sacramentale senza quella spirituale, ossia senza effetti perché in assenza delle necessarie disposizioni, sia la Comunione spirituale senza quella sacramentale, cioè dovuta ad un impedimento per ricevere il sacramento, ed è il caso che stiamo vivendo adesso ». Il monaco tiene a precisare che «la Comunione spirituale, ossia l’effetto del sacramento che intente Tommaso, non è un semplice legame devozionale di natura psicologica o anche affettiva, ma l’unione con Cristo attraverso la fede e la carità ».

Ecco perché, aggiunge, è necessario «intraprendere un serio cammino di conversione in cui il Signore possa purificare la nostra mente verso uno sguardo di fede e trasfigurare il nostro desiderio nell’orizzonte della carità. Infatti l’Eucaristia non solo ci permette di essere in comunione con Cristo, ma ci fa essere comunione nella Chiesa, di cui la carità è l’anima. E solo vivendo nell’amore, vale a dire nel dono di sé, possiamo scoprire il valore più profondo della Pasqua in cui il Signore si offre totalmente per noi».


Ai tuoi piedi, o mio Gesù, mi prostro e ti offro il pentimento del mio cuore contrito che si abissa nel suo nulla e nella Tua santa presenza.
Ti adoro nel Sacramento del Tuo amore, desidero riceverti nella povera dimora che ti offre il mio cuore.
In attesa della felicità della comunione sacramentale, voglio possederti in spirito.
Vieni a me, o mio Gesù, che io venga da Te.
Possa il Tuo amore infiammare tutto il mio essere, per la vita e per la morte.
Credo in Te, spero in Te, Ti amo.
Così sia.
Cardinale Rafael Merry del Val (1865-1930)

 

Fra le condizioni per accedere alla Comunione spirituale c’è anche il pentimento. «Comunione indica relazione e questa può esserci solo nella verità che diventa “metro” del desiderio – avverte Nardin –. In altri termini è possibile realizzare la comunione solo nella misura in cui il desiderio della relazione è vero. Questo principio vale in tutte le relazioni (compreso il rapporto con Dio) che desiderano essere di comunione. Come si potrebbe essere in comunione con l’Altro se non si vuole davvero la relazione con Lui? Se la misura del desiderio è solo l’effimero appagamento dell’io a ciò che è facile e piacevole, a ciò che egoisticamente mi conviene, c’è poco spazio per un orizzonte in cui lo sguardo si apre all’Altro. Il peccato di cui pentirsi e chiedere perdono non è solo un’azione isolata, ma spesso è figlio di una prospettiva della vita egoistica perché egocentrica, nella quale dovrà essere sanato e guarito un desiderio centrato sull’io e chiuso all’Altro».

Allora si torna alla pandemia. «Le celebrazioni di questo frangente particolare presentano la duplice valenza dell’emergenza e della provvisorietà – conclude il teologo –. Si tratta di accettare temporaneamente l’eccezione in attesa della normalità della vita liturgica soprattutto domenicale che costituisce non un’attività ecclesiale accanto alle altre ma, come insegna il Vaticano II, “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia”. Questo significa in concreto che le celebrazioni “partecipate a distanza televisiva”, anche se in diretta, dovranno vanno intese sempre come un’eccezione».

Gicaomo Gambassi

© Avvenire, mercoledì 15 aprile 2020

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