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Dossier Dove l'uomo non ha voce

Quando una donna decide di interrompere una gravidanza il bambino che aspetta è di un uomo che probabilmente l'ha abbandonata o l'ha indotta ad abortire. Ma altre volte è di un padre che non sa nulla della sua esistenza o, peggio, ne è a conoscenza ma, per legge, non può esprimere la sua opinione.

Uomini che non possono dire "no"

 

 

 

L'aborto è un dramma da qualunque parte lo si guardi.  Ed è un dramma che viene vissuto in estrema solitudine dalle donne che decidono di affrontarlo. Lo raccontano i medici: negli ospedali le persone hanno sempre una persona accanto, i familiari che si danno i turni, l'amica che fa compagnia  o comunque il vicino di letto con cui scambiare due chiacchiere.

Questo non succede quando avviene un'interruzione di gravidanza. Spesso le donne non vengono accompagnate da nessuno e difficilmente si confrontano con  un volto amico. Il bambino che aspettano è di un uomo che probabilmente le ha abbandonate o le ha indotte ad abortire.

Ma altre volte quel bambino ha un padre che non sa nulla della sua esistenza o, peggio, ne è a conoscenza ma non è stata nemmeno chiesta la sua opinione. Perché questo prevede la legge. Una legge per cui non è prevista che la sua voce abbia un peso e una legge che spinge comunque l'uomo a deresponsabilizzarsi riguardo un evento, la nascita di un figlio suo, che lo vorrebbe invece protagonista insieme alla sua compagna.

E per questo accanto a uomini che hanno deliberatamente  e vigliaccamente deciso di non interessarsi della questione e con il loro silenzio sono comunque complici molti altri la subiscono, a volte senza combattere,  altre volte pur avendo espresso il desiderio di mettere al mondo il bambino, senza essere presi in considerazione.

Ma anche per loro, come per le donne, l'interruzione di una gravidanza resta una dolorosa ferita con cui fare i conti.

Orsola Vetri

© Famiglia Cristiana, 29 novembre 2013

 

«Alla fine ho vinto. E adesso sono un papà»

 

 

Quando rimase incinta Simona aveva 18 anni ed era terrorizzata. Maurizio invece voleva a tutti i costi evitare l'aborto. Oggi Rebecca è una bellissima bimba di quattro anni e ha anche un fratellino.

In quella fine estate del 2008, da quando Simona, la sua compagna, scoprì di essere incinta, Maurizio contava i minuti e le ore perché arrivasse presto il fatidico 90° giorno.
Per la legge italiana è questo il limite oltre il quale non è consentito abortire volontariamente, a parte alcune eccezioni. «Quel tempo mi è parso un’eternità», racconta, «temevo che un giorno Simona si alzasse e andasse ad abortire da sola, mettendomi da parte. Mi sentivo disarmato. E in effetti lo ero. Si stava giocando la partita più importante della mia vita e io ero costretto a stare in panchina».

Non è la soluzione – Mettere al mondo un figlio è un rischio. Soprattutto se si hanno 18 anni, l’età di Simona, il liceo da terminare, un futuro incerto. «Mi dicevano: “Ti perderai tante esperienze, sei troppo giovane”», racconta lei, che oggi ha 23 anni, nella sua casa di Torino. Paure umanissime. Normali. Ma l’aborto, provava a spiegarle Maurizio, «non è la soluzione». Insomma, una battaglia. Complicata dal fatto che anche la madre di lei, all’inizio, era favorevole a interrompere la gravidanza. «Non sapevo dove sbattere la testa, volevo che nostro figlio nascesse», ricorda Maurizio.
Inizia una trafila. Prima tappa al consultorio di Rivoli. «Qui incontriamo una dottoressa che pensava che io volessi l’aborto e Simona no», racconta. «Quando si è resa conto del contrario mi ha ostacolato in tutti i modi. Non solo, ha fatto firmare a lei un documento con cui accettava di interrompere la gravidanza e mi ha impedito di entrare nell’ambulatorio durante la visita. Ero fuori di me per la rabbia».
Simona, che era confusa, ricorda ancora cosa le disse quella donna: «Svegliarsi di notte con il bambino che piange e doverlo allattare è un problema. Io ho una figlia, mi devo svegliare la notte, un incubo». Le rispose Maurizio a muso duro: «Allora perché non l’ammazza sua figlia se è solo un problema? Ma lei è qui per aiutarci o per dirci solo di non far nascere nostro figlio?».
Quella donna fu, in un certo senso, la goccia che fece traboccare il vaso. Simona era sempre più confusa, Maurizio sempre più determinato ma inerme. «Cercavo di convincere la mia compagna ad andare avanti ma non c’era verso». I giorni scorrono lenti. Sulla loro strada arriva Claudio, che gestisce il Centro di aiuto alla vita (Cav) di Rivoli. «L’abbiamo conosciuto tramite mia zia che lavorava lì come volontaria», dice Maurizio. Nelle paure di Simona si apre una breccia. Claudio parla a entrambi, porta l’esempio di altre coppie che avevano i loro stessi dubbi e ce l’hanno fatta. «Ci dava coraggio, è stato fondamentale », dice Maurizio. Scocca il terzo mese. «Da allora è stato tutto più facile, pensavamo al nome, al corredo da preparare. Il pericolo era sventato».
Rebecca nasce il 12 maggio 2009. Oggi è una bimba bellissima
. Studia pianoforte e fa danza. Ad aiutare Maurizio e Simona per qualche mese c’è il "Progetto Gemma" del Cav. Mentre raccontano la loro storia sul divano c’è Jacopo, un anno, che giocherella. Simona ora lavora part-time in un supermercato, Maurizio in un’agenzia immobiliare. I genitori danno una mano. Sono il ritratto della felicità.

Antonio Sanfrancesco

© Famiglia Cristiana, 29 novembre 2013

 

«Quel figlio negato che non potrò mai dimenticare»

 

 

 

La storia di Christian: prima l'incontro con Aida sul Cammino di Santiago, poi l'amore e la gravidanza. Che all'inizio è un progetto condiviso. Poi qualcosa in lei si spezza: «E io ancora oggi non so cosa sia successo davvero»

All’ombra del Cammino di Santiago s’incrociano molti destini. Christian e Aida (nome di fantasia) sono tra questi. È il 5 agosto 2010: lei, da Andria, Puglia, raggiunge lui e cominciano il viaggio insieme. È la prima volta che si vedono ma non sono sconosciuti: Aida qualche mese prima aveva contattato on line Christian, che gestisce un blog sui pellegrinaggi per chiedere informazioni.
Scocca subito qualcosa: lunghe e-mail per chiacchierare, una fascinazione epistolare che trova conferma nell’incontro di qualche settimana dopo. «Io gli racconto la mia vita sotto forma di fiaba», spiega Christian, 41 anni, 8 in più di lei. Un presagio di quel che sarà. Tra i due è amore a prima vista.
«Non ho mai visto mia figlia così felice con un uomo», si lascia scappare la madre di lei quando Christian va in Puglia per Natale. E sussurra: «Chissà che bello quando avremo un nipotino!». 

Progetti per il futuro – La storia va avanti, si pensa già al matrimonio. Lui deve terminare il dottorato in Spagna per diventare neuropsicologo, lei studia duro per imparare lo spagnolo e prendere l’abilitazione forense. I due iniziano a convivere nell’ottobre 2010 a Salamanca. Ai primi di marzo del 2011 Aida resta incinta. «Ti amo così tanto che nostro figlio, se sarà maschietto, si chiamerà Christian come te», gli promette lei.
Si fanno progetti per il futuro, lui trova un appartamento a Zamora, Nordovest della Spagna. Nel frattempo crescono le inquietudini di Aida. «Era nervosa, impaurita, preoccupata », racconta. Quando vanno a vedere la casa c’è un odore nauseabondo. Il proprietario aveva dimenticato nel congelatore della carne che era andata a male. «Ebbi una strana sensazione », racconta Christian, «lei non voleva prendere quella casa benché bella ed economica, forse voleva rientrare in Italia, pressata dalla famiglia».

A casa torna per Pasqua, parla con i genitori, rivela loro che Christian, il padre di suo figlio, molti anni fa aveva avuto un matrimonio da cui erano nati due figli. In casa scende il gelo. «Hanno facce da funerale», spiega al telefono Aida al fidanzato. La gravidanza va avanti, i preparativi per le nozze pure.
C’è anche la data: 25 luglio 2011 ad Andria, il ricevimento in una sontuosa villa d’epoca. «I genitori di lei volevano fare le cose in grande », racconta, «noi avremmo preferito sposarci in una delle tante chiesette disseminate sul Cammino». Ma qualcosa si è rotto.
Christian è sempre più escluso da quella gravidanza che ora diventa affare di Aida e della sua famiglia.

La svolta inattesa – Siamo ai primi di maggio: lei non sta tanto bene e rientra in Puglia. Christian corre a Fatima per pregare la Madonna per il buon esito degli esami della fidanzata. Ma in quei giorni il figlio tanto atteso da Christian viene abortito all’ottava settimana. Il padre non sa nulla. E, cosa ancor più crudele, Aida non glielo vuole neanche dire. «È stato un aborto spontaneo», gli dice. Christian non si capacita, è disperato. «Non ho mai pianto in vita mia come in quei giorni, ero distrutto », racconta, «avevo il presentimento che avrebbe fatto qualcosa del genere. Per quel figlio avrei fatto qualsiasi cosa, ero disposto a trasferirmi ad Andria, anche se sarebbe stata dura trovare lavoro. Dissi anche a lei che sarei rimasto a casa io per accudire il bimbo se lei voleva lavorare. Ancora oggi non so dove mio figlio è stato abortito, quando, perché, come». Davanti a Christian c’è un muro di indifferenza e frasi smozzicate di circostanza. «I medici», gli dice il padre di Aida, «ci hanno detto che era meglio così».

I due, da allora, non si sono mai più visti. «Credo che la famiglia di Aida abbia svolto un ruolo decisivo perché mio figlio non nascesse», dice Christian.
Lui ha scritto un libro sotto forma di fiaba per raccontare la sua drammatica storia perché, come diceva Petrarca, solo raccontandolo il dolore «si disacerba », si fa meno duro.
Così Christian ha rotto un tabù: raccontare il figlio negato con gli occhi del padre.

Antonio Sanfrancesco

© Famiglia Cristiana, 4 dicembre 2013

 

Meno aborti? Leggiamo i dati con cautela

 

 

 

I dati sull'interruzione volontaria di gravidanza sono positivi. Gli aborti sono sempre meno, continuano a scendere anno dopo anno. Lo sostiene l'ultima relazione sull'attuazione della legge 194/78 presentata al Parlamento. Le percentuali, tuttavia, ignorano i numeri della micro abortività delle pillole del giorno dopo. Il parere di Marina Casini.

Ogni anno le interruzioni volontarie di gravidanza diminuiscono. È quanto emerge dall’ultima relazione annuale sull’attuazione della legge 194/78, sulla tutela sociale della maternità e per l’interruzione di gravidanza, redatta dal Ministero della salute e presentata al Parlamento lo scorso settembre. I primi dati a disposizione rivelano che nel 2012 sono stati compiuti 105.968 aborti. Questa cifra pone in evidenza un leggero decremento (4,9%) rispetto all’anno precedente: nel 2011, infatti, le interruzioni sono state 111.415. Ma una netta diminuzione può essere colta confrontando le misure attuali con quelle del 1982, anno in cui si è registrato il più elevato ricorso all’IVG: ben 234. 801 casi. Il decremento è pari al 54,9%.

Il tasso di abortività (numero di IVG per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni), sempre nel 2012, è risultato pari a 7,8 per 1.000, con un decremento dell’1,8% rispetto al 2011 e un decremento del 54,7% rispetto al 1982. La percentuale italiana si conferma tra quelle più basse osservate nei Paesi industrializzati. A partire dal 1983, inoltre, il tasso di abortività è calato in tutte le fasce di età, più significativamente in quelle centrali. Per esempio, tra le minorenni, nel 2011 il tasso è risultato pari al 4,5 per 1000, con livelli più elevati nell’Italia settentrionale e centrale. Resta elevato il ricorso all’IVG da parte delle donne straniere, che costituiscono un terzo delle interruzioni totali in Italia. Anche tra queste donne, tuttavia, si comincia ad osservare una tendenza verso la riduzione al ricorso all’IVG. Dati positivi, non c’è che dire. Anche se non totalmente veritieri.

«Se gli aborti diminuiscono non c’è che da rallegrarsi, ma è più che ragionevole dubitare che la diminuzione sia reale», commenta Marina Casini, docente di Bioetica alla cattolica di Roma. Accanto a lei, in effetti, conviene domandarsi: «Dove sono i numeri della “micro-abortività” delle pillole del giorno dopo e dei cinque giorni dopo?». «In ogni caso» conclude l’esperta, «il merito del calo non è della legge 194, ma di una cultura alternativa a quella della legalità dell’aborto che, nonostante la 194, ha fatto breccia nella società: il concepito è un figlio, è “uno di noi”».

Simone Bruno

© Famiglia Cristiana, 3 dicembre 2013

 

La voce di chi ha sofferto in silenzio

 

 

 

Il concepimento di un figlio non si riduce al solo meccanismo biologico. Ha alle spalle un legame. E questo legame chiama in causa anche il maschile e il diventare padre. Un aspetto quasi completamente ignorato nella legge 194.

L’aborto non riguarda solo la donna. In ballo c’è di più. C’è una relazione affettiva,tra un uomo e una donna e, soprattutto, c’è il “frutto” del loro stare insieme. Il concepimento di un figlio, quindi, non si riduce al solo meccanismo biologico. Ha alle spalle un legame. E questo legame chiama in causa anche il maschile e il diventare padre. Un aspetto quasi completamente ignorato nella legge 194.

Perché, nel decidere l’interruzione di una gravidanza, il futuro padre non ha alcuna voce in capitolo? È questo il tema cheattraversa l’indagine di Antonello Vanni,confluita nel suo ultimo volume Lui el’aborto. Viaggio nel cuore maschile (SanPaolo): «Dove sono i padri degli oltre 5 milioni di bambini abortiti in Italia dal1978?», si chiede l’autore, esperto di bioetica e del ruolo educativo paterno. «È vero», prosegue, «molti di questi uomini hanno voltato le spalle alla loro donna. Altrettanti però hanno sofferto in silenzio, messi a tacere dalla Legge 194, e nessuno, neppure il Papa o il Presidente della Repubblica, ha potuto aiutarli nel disperato tentativo di salvare il bambino».

Parole sacrosante quelle di Vanni, soprattutto oggi, in un periodo in cui le scienze umane ci invitano a «rivedere i pregiudizi sull’atteggiamento maschile nei confronti della vita su cui tanto ha influito l’effetto diseducativo della stessa 194,  a discutere i motivi culturali che allontananol’uomo dalla vita di cui sono coautori con la madre e a riconoscere la dolente realtà del trauma post-abortivo maschile».  Solo stabilendo «una nuova e fiduciosa alleanza con la figura paterna, educandola all’amore e alla responsabilità, sarà possibile combattere con più forza per salvare la vita innocente di tanti bambini». Gli unici a essere privati della gioia di vivere, senza essere interpellati.

Simone Bruno

© Famiglia Cristiana, 4 dicembre 2013

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