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IV Domenica di Quaresima anno A. “La luce del mondo”

Gesù è venuto per quelli che si sentono ciechi, non per quelli che credono di vedere e di questo sono sicuri, fino ad affermarlo contro i loro fratelli e anche contro il Signore stesso

Lunghissimo è il brano del vangelo che oggi la chiesa ci propone nel cammino quaresimale; lunghissimo, ricco di temi cristologici e di domande che ci vengono poste in quanto credenti. Noi tentiamo solo di mettere a fuoco alcune parole di Gesù.

Per prime quelle che rispondono alla domanda dei discepoli: “Perché quest’uomo è nato cieco? Ha peccato lui o i suoi genitori?”. La risposta di Gesù appare enigmatica, ma rivela una verità profonda: “Né lui né i suoi genitori hanno peccato, ma l’azione di Dio deve manifestarsi in lui”. Egli non spiega il perché di quella grave infermità, non spiega l’origine, la causalità di quell’handicap, ma indica una possibilità: anche nel male più grave, anche nella sofferenza Dio può agire, e dunque manifestare la sua azione.

E le reazioni di chi è colpito dal male e degli altri che sono in rapporto con il malato manifesteranno la loro fede-fiducia, la loro attesa-speranza, la loro cura-carità; o, al contrario, riveleranno la loro scelta mortifera. La guarigione dell’uomo cieco dalla nascita illustra bene queste reazioni. Il cieco, pieno di fiducia, risponde alle parole di Gesù, eseguendole prontamente: va alla piscina di Siloe, si lava gli occhi che Gesù gli ha spalmato di fango e, come ricreato dall’acqua che rigenera, re-inizia a vedere.

Ecco un evento che per Giovanni è innanzitutto un segno, un fatto che indica a chi guardare, un evento che dovrebbe suscitare domande non sull’acqua ma su chi dà il nome a quella piscina: Shiloach (Is 8,6; Ne 3,15), Siloe, dunque piscina dell’Inviato di Dio. Ma Gesù scompare di scena, e subito inizia un processo intentato a lui, un processo in contumacia, attraverso varie domande e reazioni che avvengono di fronte a quel cieco ora vedente.

Prima reazione: i vicini, quelli che conoscevano il cieco perché lo vedevano spesso, sembrano essere diventati loro i ciechi. Infatti alcuni finiscono per affermare: “Colui che vede non è lui, ma uno che gli somiglia”. Interrogano allora quello che era stato cieco, il quale semplicemente racconta ciò che gli è stato fatto, ma costoro non credono.

Seconda reazione: l’uomo che ora vede è condotto dai farisei, gli uomini religiosi per eccellenza, quelli che sono esperti della Legge, ai quali non sfugge che la guarigione è avvenuta in giorno di sabato. Dunque Gesù è uno che viola la Legge, un peccatore, e loro che sanno vedere – o pensano di saper vedere! – sono certi di questo.

Terza reazione: entrano in scena “i giudei”, espressione che non va intesa come riferita a tutti i figli di Israele ma che designa quelle persone religiose che sanno che “da loro viene la salvezza” (cf. Gv 4,22) e che di questa consapevolezza fanno un privilegio e una ragione di potere. Essi interrogano i genitori dell’uomo guarito, ma anche costoro, pieni di paura, scaricano sul figlio la responsabilità della risposta, pur testimoniando che egli era nato cieco.

Quarta reazione: di nuovo gli uomini religiosi interrogano colui che era stato cieco, invitandolo ad aderire alla loro pretesa competenza: “Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore… anche se non sappiamo da dove viene”. Ma il cieco guarito mostra la loro contraddizione: senza sapere da dove sia, emettono un giudizio di condanna su Gesù. E poi aggiunge: “Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato.

Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. All’udire questo, essi reagiscono con durezza, proclamando che il cieco nato, a causa della sua malattia (come se non ne fosse stato guarito!), è un peccatore, interamente immerso nel peccato. E così lo espellono dalla sinagoga, dall’assemblea dei credenti in alleanza con Dio.

Ma Gesù lo va a cercare, non lo lascia fuori, e gli offre la possibilità della comunione con il Figlio dell’uomo, con l’Inviato escatologico di Dio, svelando che è lui stesso che lo ha guarito e che ora gli sta davanti. In risposta, colui che era stato cieco si prosterna davanti a Gesù e proclama la sua fede dovuta al suo “vedere” realmente e in verità.

Allora Gesù pronuncia una parola sul processo avvenuto contro di sé: “Sono venuto nel mondo, perché quelli che non vedono possano vedere” – come è appena avvenuto al cieco nato – “e quelli che vedono diventino ciechi”. Infatti è lui “la luce del mondo” (Gv 8,12; 9,5)! Ma di fronte a lui molti, soprattutto gli uomini religiosi, che si sentono giusti, dicono: “Noi vediamo!”, e così il loro peccato di rifiuto della verità, di rifiuto di colui che dà la vista, è un peccato grave, che rimane.

Ecco dunque apparire nel quarto vangelo un’affermazione parallela a quella di Gesù nei sinottici: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,17 e par.). Gesù è venuto per quelli che si sentono ciechi, non per quelli che credono di vedere e di questo sono sicuri, fino ad affermarlo contro i loro fratelli e anche contro il Signore stesso! Io, tu, lettore/lettrice cristiano/a, come ci pensiamo: ciechi bisognosi della luce del Signore o vedenti autosufficienti e sicuri?

Enzo Bianchi

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