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XIV Domenica del Tempo Ordinario anno C. Gli inviati del Signore

La vera speranza dei discepoli-missionari non va riposta nella riuscita della missione ma nella comunione di vita con il Signore, dal quale nessuno di loro potrà mai essere separato: nessun fallimento, nessuna persecuzione, neppure la morte potrà separare gli inviati dall’amore di Cristo!

Quando Luca ricorda e racconta questa pagina del suo vangelo, ha davanti a sé la fervente missione dei primi cristiani che andavano di città in città nel bacino del Mediterraneo, annunciando con un certo successo la buona notizia. Sì, è il Kýrios, il Signore che agisce con potenza, per questo anche nel racconto l’evangelista designa Gesù appunto con questo titolo.

Gesù aveva già inviato i Dodici (cf. Lc 9,1-6), da lui scelti e chiamati apóstoloi, missionari-inviati, ma ora ne invia altri settantadue, tanti quanti il numero delle genti abitanti la terra secondo la tavola delle nazioni di Genesi 10 (nella versione greca dei LXX). Li invia davanti a sé come precursori e preparatori della sua prossima venuta: quello che Giovanni il Battista aveva fatto prima che Gesù si manifestasse a Israele (cf. Lc 3,1-18), ora lo fanno i discepoli, affinché il Signore trovi i cuori pronti ad accogliere la buona notizia del regno di Dio.

Questa missione, come le altre fatte da Gesù, abbisognava di uomini che in realtà non c’erano o non erano sufficienti: il campo del mondo è vasto, mentre i possibili inviati sono pochi. Gesù intravede la messe abbondante, i campi che biondeggiano, ma constata la scarsità degli operai che dovranno mietere. È stato così al tempo di Gesù, è stato così lungo la storia della chiesa, è così anche oggi! Nessuno pensi che vi siano stati tempi con abbondanza di inviati: se mai, vi sono stati tempi favorevoli all’arruolamento di “mercenari”, di mietitori poco convinti del lavoro, che lo facevano senza essere stati inviati dal Signore… A volte c’è ressa sul cammino della mietitura, ma non è detto che poi la mietitura sia abbondante, né che gli inviati siano capaci di mietere.

Per questo occorre pregare Dio affinché sia lui a chiamare e a mandare operai, perché la messe o la vigna è sua e non tutti quelli che vi lavorano sono stati chiamati. Occorre pregare, sì pregare, affinché il Signore con il suo Spirito chiami, non inventarsi missioni che il Signore non si è mai sognato di affidarci, non imponendo a qualcuno una missione che lo renderà non un santo, ma un miserabile in più! La chiamata di un missionario avviene a causa della preghiera della chiesa, la missione deve sempre scaturire dalla preghiera (cf. Lc 6,12-13), il lavoro della mietitura va fatto nella preghiera.

Ecco allora il mandato che dice cosa fa e quale stile deve adottare l’inviato di Gesù, ma ci fa anche capire perché gli operai sono pochi… Com’è possibile che siano molti quelli a cui è chiesto ciò che Gesù chiede? Se fossero molti, ci sarebbe da dubitare sulla loro reale conformità a queste esigenze radicali. Gesù manda i discepoli a due a due, perché vivano innanzitutto in comunione e siano l’uno sostegno per l’altro, l’uno regola all’altro nelle tentazioni; due a due affinché la missione non sia un’azione di uomini singolari e individualisti. Li invia come pecore tra i lupi, cioè inermi, deboli, fragili, consapevoli di stare in mezzo a coloro che si oppongono al Vangelo di Gesù Cristo; pecore tra i lupi anche per testimoniare che così gli inviati preparano quel giorno escatologico in cui “il lupo dimorerà insieme con l’agnello” (Is 11,6).

Gesù si ferma a spiegare in modo particolare lo stile del discepolo inviato da lui, il Signore, e da lui totalmente dipendente. Non sarà come alcuni missionari farisei, né come i filosofi itineranti, né come i rabbini visitatori. Sarà piuttosto come il levita del salmo 16, che nella sua povertà proclama: “Il Signore è mia porzione e mio calice” (v. 5), perché confiderà solo nel Signore. Sarà povero, non misero, ma senza denaro con sé, senza assicurazioni per il viaggio, e attuerà innanzitutto un contatto cellulare, entrando nelle case, incontrando sulle strade quelli che cercano la vita piena. A costoro, “figli della pace”, della vita in pienezza, gli inviati augureranno lo shalom, la pace, e con loro entreranno in rapporti umanissimi: mangiando e bevendo alla loro tavola, senza l’ossessione della purità delle persone e dei cibi… In tutti gli inviati deve regnare e manifestarsi la gratuità, che essi mostreranno anche prendendosi cura gratuitamente degli altri, curando i malati nel corpo nella mente e nello spirito e annunciando a tutti che il regno di Dio si è avvicinato.

Ciò che stupisce in questo invio dei discepoli è che Gesù non chiede di compiere grandi cose, portenti, ma di vivere umanamente i rapporti, infondendo in tutti la fiducia e la speranza che è possibile far regnare Dio nelle nostre povere vite. Messaggio brevissimo – “Il regno di Dio si è avvicinato” –, comportamento esigente, che deve fare segno a lui, Gesù, il povero, il mite, l’amico dei pubblicani e dei peccatori, venuto per servire e per spendere la vita per gli umani tutti. Si tratta di vivere come Gesù che, “da ricco che era, si è fatto povero per noi” (cf. 2Cor 8,9); come Gesù che, da santo che era, è andato ad alloggiare presso i peccatori (cf. Lc 19,7); come Gesù, che annunciò lo shalom quale buona notizia (cf. At 10,36).

Vi è inoltre un avvertimento che nasce dall’esperienza della chiesa nascente: il missionario, il predicatore, dov’è accolto cerchi di restare. Perché questa precisazione? Perché sono i poveri che accolgono più facilmente, mentre i ricchi accolgono chi hanno conosciuto, dunque il rischio per un missionario è quello di iniziare tra i poveri e finire tra i ricchi, soprattutto se si mostra ricco di doni… Può anche darsi che il missionario abbia un certo successo, che il suo ministero gli procuri possibilità e attenzioni da parte di molti, tra i quali quelli che contano, i ricchi. Il missionario inviato a tutti, proprio a tutti, incontra tutti, ma vigili per non finire per essere solidale e amico di chi conta, ma lontano dai poveri e dai semplici credenti quotidiani.

Si dà però anche la possibilità di non essere accolti da una città, da alcuni. In tal caso nessuna vendetta, nessuna offesa, nessun rancore: nella libertà, l’inviato scuoterà la polvere dai suoi piedi, esprimendo con quel gesto di non volere neppure la polvere di quella gente. Certo, nel giorno del giudizio sarà il Signore a giudicare, e invocando quel giorno Gesù si rivolge soprattutto alla città che ha amato e dove ha scelto di risiedere durante il suo ministero pubblico: Cafarnao. Gesù amava quella città e quanti la abitavano, ma proprio in essa aveva registrato il fallimento della sua missione in Galilea. Per questo la avverte: l’antico oracolo del profeta Isaia contro Babilonia (cf. Is 14,13-15), potrà riguardare anche lei (cf. Lc 10,15)! Queste parole di Gesù successive all’invio sono il suo lamento per il suo amore frustrato proprio dalle città destinatarie della sua missione, predicazione e azione liberatrice.

In seguito i settantadue, andati nelle città e svolto il loro mandato, ritornano da Gesù pieni di gioia, perché sono riusciti a togliere terreno a Satana, dominando sulle forze malefiche e demoniache. Gesù allora sente dentro di sé la verità della sua missione: Satana che cade per l’azione non solo sua, ma anche di quelli che ha inviato e ai quali ha dato dýnamis, forza. Ma i discepoli – dice loro Gesù – non siano nella gioia a causa del potere ricevuto o del bene che compiono, bensì a causa della comunione che hanno con Gesù stesso, ora sulla terra e poi nel regno di Dio (“i nomi scritti nei cieli”…). La vera speranza dei discepoli-missionari non va riposta nella riuscita della missione ma nella comunione di vita con il Signore, dal quale nessuno di loro potrà mai essere separato: nessun fallimento, nessuna persecuzione, neppure la morte potrà separare gli inviati dall’amore di Cristo (cf. Rm 8,35.37)!

Questa pagina evangelica può sembrarci radicale, severa nelle richieste relative allo stile missionario, ma in verità per ogni inviato si tratta di essere figlio nel Figlio, vivendo la missione che il Figlio stesso ha ricevuto dal Padre quando è stato da lui inviato nel mondo. Basta riferirsi alla missione di Gesù e non inventarci noi delle missioni, soprattutto in un clima come quello attuale: si è così tesi all’evangelizzazione degli altri che non si guarda più se l’inviato è evangelizzato o no, se assomiglia al suo Signore o se invece è preoccupato del numero degli ascoltatori e del risultato della sua propaganda del prodotto…

Enzo Bianchi

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