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XVIII Domenica del tempo Ordinario anno B. «Io sono il pane della vita»

Il Cristo nutre il credente anzitutto essendo Lógos, rivelazione di Dio, Sapienza, Parola. Come già la manna nell’Antico Testamento era pedagogia divina affinché i figli d’Israele capissero che “l’uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca di Dio”

La storia di salvezza è costellata da doni di Dio: la manna nel deserto ne è uno dei più significativi. Al popolo che contestava l’esodo stravolgendo quel percorso di liberazione e salvezza in cammino di morte, Dio risponde con il dono quotidianamente rinnovato di “manna” che narra la costanza della bontà e della premura divina per il suo popolo (I lettura). Nel suo discorso nella sinagoga di Cafarnao, Gesù fa un’esegesi autorevole del dono della manna invitando a passare da Mosè e dal passato a Dio e alla sua azione nell’oggi: “Non Mosè vi ha dato, ma il Padre mio vi dà” (Gv 6,32). Il discorso diviene così rivelazione di Gesù quale “pane di Dio che dà la vita al mondo” (Gv 6,33).

Vi è una ricerca di Gesù le cui motivazioni sono discutibili, anzi, sono criticate da Gesù stesso. Una ricerca che fa di Gesù colui che soddisfa un bisogno, che colma un vuoto, che sazia una mancanza, e che dunque rinchiude l’uomo nelle proprie necessità senza aprirlo al desiderio. Questa ricerca è centrata sul bisogno dell’uomo, non sulla gratuità di Dio, e il suo orizzonte resta quello del presente, senza aprirsi alla novità e al futuro di Dio. Questa ricerca resta nella logica della pretesa, e si amputa la dimensione della speranza. Il passaggio che Gesù chiede di fare, dicendo “Operate”, “Datevi da fare”, “Mettetevi all’opera per il cibo che non perisce, ma che dura per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27), è dalla logica del bisogno a quella del desiderio. E il desiderio è per sua definizione inesauribile, essendo il senso che seduce il desiderio. La ricerca del Signore è chiamata a diventare desiderio di Dio. Il desiderio è costitutivamente segnato da una non pienezza, e si interessa al Donatore più che ai doni. Il desiderio cerca la relazione e si apre alla libertà dell’altro.

Richiesti di operare per il cibo che non perisce, gli interlocutori di Gesù gli chiedono che cosa debbano fare per compiere le opere di Dio (cf. Gv 6,28). La risposta di Gesù spiazza la domanda attuando il passaggio dalle molte opere all’unica opera, e addirittura identificando l’unica opera con la fede: l’opera è la fede! L’opera di Dio, cioè che consente a Dio di operare nell’uomo, è la fede, “credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). La risposta di Gesù spiazza anche le dicotomie e le sterili contrapposizioni che spesso affliggono i cristiani: tra fede e opere, tra dimensione verticale e dimensione orizzontale, tra contemplazione e azione, tra servizio e preghiera. In verità la fede à l’unica cosa necessaria. Il problema non si situa dunque sul piano del “che fare?”, ma del “chi sono?”: il cristiano è anzitutto un credente. Uno che fa della fede la propria responsabilità, il proprio lavoro, la propria fatica, la propria lotta. In una parola: la propria opera quotidiana.

In quell’“operare per il dono” vi è anche l’equilibrio tra sforzo e grazia, tra tensione umana e dono divino: si tratta di disporre tutto se stessi per essere pronti a ricevere il dono di Dio, aperti alla sua azione.
Ora, il Cristo nutre il credente anzitutto essendo Lógos, rivelazione di Dio, Sapienza, Parola. Come già la manna nell’Antico Testamento era pedagogia divina affinché i figli d’Israele capissero che “l’uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3), così ora, Gesù, quale pane di Dio, è cibo celeste, parola che dà vita, rivelazione di Dio. Il capitolo sesto di Giovanni mostra Gesù quale pane di vita nel duplice senso di parola di Dio e di cibo e bevanda eucaristici (questo, soprattutto nella sezione eucaristica di tale discorso: vv. 51c-58). Anche la parola di Dio è nutrimento (si pensi alla tradizione patristica, ripresa dal Concilio Vaticano II, della mensa della Parola e dell’Eucaristia). Mangiare la parola (della Legge: Sal 119,103; profetica: Ger 15,16; Ez 2,8-3,3; sapienziale: Pr 9,1-6; 24,13-14; Sir 24,19-21) è accogliere il dono di Dio, assimilare la sua volontà, entrare nella sua vita lasciando che la sua vita entri in noi e ci trasformi.

 

Luciano Manicardi

Comunità di Bose
Eucaristia e Parola
Testi per le celebrazioni eucaristiche - Anno B
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