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Francia: la fede rinasce, rinasceranno i fedeli?

Verso l'anno della Fede. Dossier La sfida di credere 6

La situazione della fede in Francia può sembrare paradossale. Com’è possibile che un Paese con un clero in contrazione e con "raggruppamenti parrocchiali" geograficamente vieppiù estesi, soprattutto nelle campagne, conosca oggi un rigoglio della trasmissione evangelica a livello culturale, educativo o attraverso innumerevoli iniziative associative?

Fra opinionisti e studiosi, prevale ormai un’ipotesi ben simbolizzata, in quest’estate olimpica, dal guizzo del tuffatore che risale dal fondo con slancio eguale a quello della picchiata. Nella scia del Sessantotto e fino agli anni Novanta, la Francia ha subìto vigorosi tentativi di sradicare il cristianesimo: si pensi alle università o ai media, dove la colonizzazione marxista ha portato all’espulsione delle proposte e interpretazioni cristiane. Ma la cappa di piombo è ormai saltata e la cultura francese riscopre, spesso con autentico entusiasmo, la sua antica anima cattolica.

Fra gli "immortali" dell’Académie française, il più prestigioso cenacolo intellettuale, brillano oggi soprattutto credenti come René Girard, Michel Serres, Marc Fumaroli, Jean-Luc Marion, Max Gallo e Jean d’Ormesson. E sotto la Coupole, siede pure monsignor Claude Dagens, vescovo di Angoulême. Ma anche nel cenacolo concorrente, l’Académie Goncourt che assegna l’omonimo premio, spiccano due cattolici come Michel Tournier e Didier Decoin. Fra le leve più giovani, la critica esalta autori come il poeta Christian Bobin, Sylvie Germain, l’incandescente Fabrice Hadjadj o Alexis Jenni, vincitore da esordiente dell’ultimo Goncourt. E gli esempi potrebbero proseguire a lungo, considerando la nuova generazione di saggisti credenti.

Il primo festival teatrale, quello di Avignone, è stato appena affidato al poliedrico drammaturgo Olivier Py, la cui opera è imbevuta di riferimenti evangelici. E, a livello cinematografico, esternano volentieri la loro fede star come Juliette Binoche, Gérard Depardieu o Anouk Aimée. In quest’ambito, soprattutto, non si appanna la coda luminosa lasciata da Uomini di Dio, la pellicola sulla testimonianza spirituale dei monaci di Tibhirine, il cui successo strepitoso, tanto più enigmatico per un film d’autore, è divenuto un "caso" che ha conquistato la copertina dei settimanali e l’attenzione dei sociologi. Fra i tanti esempi della musica leggera emergente, si può invece citare l’intensa Camille.

Accanto alla vivacità del dibattito teologico, mostrano un prestigio inscalfibile le riviste intellettuali Etudes, dei gesuiti, ed Esprit, fondata dal filosofo personalista Emmanuel Mounier, così come le pubblicazioni domenicane delle Editions du Cerf. Non è poi un dettaglio che il quotidiano più letto del Paese, Ouest France (800 mila copie), si rivendichi fieramente fedele alla dottrina sociale della Chiesa. Inoltre, a Parigi, pochi altri centri culturali conoscono il successo del Collège des Bernardins, voluto dal compianto cardinale Jean-Marie Lustiger.

In chiave inversa, sembra spegnersi l’eco degli scritti anticlericali. Lo stesso successo del saggista Michel Onfray assomiglia già a un fuoco di paglia. L’Express, primo ed autorevole settimanale d’informazione, ha appena irriso il sedicente "ateologo" osservando che persino gli atei più incalliti potrebbero finire per credere constatando che «i libri di Michel Onfray sono davvero troppo scadenti».

A livello associativo e caritativo, poi, la costellazione cattolica continua ad allargarsi. Basti ricordare l’eredità rigogliosa di opere e iniziative lasciata dall’abbé Pierre e da suor Emmanuelle, i due religiosi a lungo in cima nella classifica dei francesi più amati e popolari. Ed è pure molto sintomatico che le scuole private cattoliche non riescano più a rispondere alle richieste. In costante aumento da anni, gli iscritti hanno ormai superato ampiamente i 2 milioni.

Ma questa rinnovata effervescenza sociale e culturale sarà un viatico per le vocazioni e per una riscoperta dei sacramenti, oltre che per un ridimensionamento della laïcité di Stato, ancora spesso ostile al fatto religioso? Sembra la grande incognita dell’equazione francese, anche considerando il ritorno al potere dei socialisti guidati dal presidente François Hollande: un ritorno che desta timori ben comprensibili, soprattutto sul fronte etico a causa di evidenti tentazioni "zapateriste".

Nelle parrocchie, intanto, la pastorale è assicurata anche dal generoso arrivo di centinaia di giovani sacerdoti e seminaristi stranieri, perlopiù dall’Africa francofona o da Paesi europei come la Polonia. Decisivo è ormai pure l’apporto di circa 10 mila laici che hanno formalmente accettato un mandato dal proprio vescovo. E per i fedeli, di questi tempi, risuona ancor più forte la meditazione di santa Teresa di Lisieux, poi ripresa da Bernanos per chiudere il suo Diario di un curato di campagna: «Cosa importa? Tutto è grazia».




STORIA DI YANN, MORTO GUARDANDO IN VISO GESU'

una storia di conversione che giunge da Nogent le Roi, cittadina nella valle dell’Eure, affluente della Senna. La storia di Yann, 39 anni, manovale rimasto a lungo insensibile alla fede che irrora da secoli la regione. Un uomo noto fino alla scorsa estate come duro e imprevedibile. Persino temuto, con il suo cane al guinzaglio. Eppure, poche settimane sono bastate a trasformare Yann in una persona cara ai fedeli di Nogent. E adesso che non c’è più, il suo nome è ricordato con un’emozione speciale.
Fumatore ostinato, Yann è morto di un tumore ai polmoni lo scorso 29 ottobre, dopo il terzo compleanno di Mélody, nata dall’unione con Marylène. Il repentino ricovero a Dreux non l’ha scoraggiato nella sua improvvisa e travolgente volontà di riconciliarsi con il cielo. Grazie a don Edouard, giovane parroco locale, e con il sostegno personale di monsignor Michel Pansard, vescovo di Chartres, Yann è stato battezzato e ha ricevuto gli altri sacramenti, compreso il matrimonio con Marylène.
«I suoi sorrisi e il suo volto radioso, al momento delle cerimonie, mi hanno trasmesso qualcosa di unico. Alla fine, era un uomo in pace – racconta proprio la sua sposa – la sua fede era già nata con la scomparsa della madre, dato che voleva essere sicuro di raggiungerla».
Ma se Yann ha ricevuto tanto, è anche riuscito in extremis a dare tanto. Per padre Edouard, «si è abbandonato totalmente a Dio ed ha appreso ad amare in ospedale. Da ribelle, è divenuto un agnello. Il giorno del matrimonio, il corridoio si è riempito inaspettatamente di parrocchiani, parenti, personale ospedaliero. Anche senza voce, mi chiedeva di pregare. Mi diceva con i suoi occhi dolci: "Ho l’impressione di vedere Gesù". C’era nelle sue parole una mescolanza d’emozione, bellezza e gravità».
È solo uno degli infiniti bisbigli di fede nella "Francia profonda" degli ultimi anni, legato alla nuova evangelizzazione. Padre Edouard e gli altri religiosi a Nogent appartengono infatti alla Comunità di san Martino, fondata negli anni Settanta in Italia, a Genova, e attiva per giungere a sostegno dell’evangelizzazione nelle contrade transalpine.




IL CARDINALE BARBARIN: «LA REPUBBLICA LAICA È UN BENE, LA MENTALITÀ LAICISTA PROPRIO NO»

L'Anno della Fede è un bel regalo, per la Francia e per tutta la Chiesa. Abbiamo già vissuto un Anno del sacerdozio straordinario, con l’impressione, a Lione, di essere per un anno come la banlieue d’Ars. L’Anno della fede ci permetterà di approfondire il Credo e di conoscere meglio il Catechismo della Chiesa cattolica. È ciò che il Papa ha voluto fare l’anno scorso con i giovani, alla Gmg di Madrid, offrendo loro Youcat». Il cardinale Philippe Barbarin, primate delle Gallie in qualità di arcivescovo di Lione, è noto per il suo impegno nel dialogo ecumenico e interreligioso, ma anche per l’eco particolare dei suoi interventi sulla scena nazionale. La settimana scorsa, il Figaro ha aperto in prima pagina con un appello del presule suonato come un monito a tutta la classe politica: «Non si deve snaturare il matrimonio».

Che cosa significa oggi l’espressione classica «Francia, figlia primogenita della Chiesa»?
Ciò richiama una storia molto ricca che dobbiamo ricordare e per la quale occorre rendere grazie a Dio. Ma badiamo a non lasciarci invadere dal passato, per quanto meraviglioso. Il Signore ci attende nel presente e futuro. Lione, per esempio, ricorda i suoi martiri del II secolo, divenuti come una fonte d’evangelizzazione della Gallia e del Nordeuropa. Ma ricordiamo che la parola greca martire vuol dire testimone. Questo punto iniziale impressionante della nostra Chiesa ci conduce a porre una domanda essenziale: «Siamo i servitori e i testimoni del Signore?».

Come si esprime, nei modi più eloquenti, lo slancio missionario della Chiesa?
In Francia abbiamo molta fortuna. Degli stranieri mi confidano la loro ammirazione di fronte alle iniziative, molteplici e toniche, prese dalla nuova evangelizzazione. Abbiamo scuole teologiche e movimenti spirituali molto vitali e audaci. Basti pensare al nuovo studium di Notre-Dame de Vie, a Venasque, o a quello della facoltà Notre-Dame a Parigi, o alla rinascita dei domenicani a Tolosa. Conosciamo uno sviluppo impressionante delle nuove comunità, simile a quello del Brasile. Alcune, come l’Emmanuel e Chemin Neuf, hanno già circa 40 anni d’esperienza. Si possono evocare pure le innumerevoli innovazioni missionarie, attraverso la musica e i concerti o i nuovi siti Internet d’evangelizzazione. Nella mia diocesi, viviamo la bella esperienza dei "Laboratori della fede", nella scia dell’appello lanciato da Giovanni Paolo II durante il giubileo dell’anno 2000.

Dove si trovano le principali difficoltà?
In un certo senso, siamo attualmente molto poveri, poiché delle parti intere sono crollate: molti monasteri e seminari hanno chiuso. Il clero invecchia e ciò provoca una reale sofferenza, talvolta persino una certa destabilizzazione nelle nostre comunità. Ogni anno, a Lione, ordino due o tre preti e ne muoiono circa venti. Al contempo, constatiamo un vero dinamismo, una sorprendente vitalità. Non vorrei essere un ottimista ingenuo, né un fosco pessimista. Ci sono situazioni allarmanti in numerose diocesi e delle forze di rinnovamento un po’ dappertutto.

La presenza e la parola dei cattolici nella società restano una sfida?
Abbiamo libertà di parola e il dovere di esprimerci per il bene della società, soprattutto in questa fase di dubbio sull’avvenire della nostra civiltà. Talvolta, ho l’impressione che la nostra democrazia stia tagliando l’albero su cui vive. In Francia, abbiamo visto il potere perdere la testa quando è divenuto una «monarchia assoluta» e si è cominciato a parlare di un «re sole». Spero che non entreremo in un’era di «democrazia assoluta», dimenticando che ogni forma di potere è fatta innanzitutto per servire. Si dice spesso che la democrazia è «il regime meno cattivo». Cercando di restare in ascolto e di rispettare il bene di tutti, un parlamento deve votare una legge finanziaria e legiferare. Ma se si arroga il diritto di cambiare i fondamenti della società, cioè se si prende per il Buon Dio, allora siamo in pericolo. Anche un parlamento può condurre un Paese nel baratro. È sempre difficile restare umili al potere.

Spesso rilanciato, il dibattito sulla laicità nasconde faglie profonde?
La Francia vive le sequele di un vecchio conflitto. Con la legge di separazione del 1905, lo Stato s’impegna a garantire la libertà di culto e affida ai credenti la responsabilità finanziaria della Chiesa. Ciò fa onore ai cattolici: la formazione di un seminarista costa 20 mila euro l’anno. Il problema è che dietro la parola laicità si nasconde spesso un certo odio della religione. Dunque, una Repubblica laica sì, ma una mentalità laicista no. L’ex presidente della Repubblica aveva promosso una «laicità positiva», il che prova bene che essa non lo è, spontaneamente. Di norma, questa parola non dovrebbe richiedere aggettivi. Ma, di fatto, la Francia è ancora strattonata fra due vecchie correnti: rispettare la religione o combatterla.


Daniele Zappalà
 
© Avvenire, 25 agosto 2012
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