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La rivoluzione del tempo perso. Nella partecipazione

Una dei sollievi di luglio è il diradarsi delle riunioni in parrocchia. Forse però potrebbe diventare un momento propizio anche per rivalutare il loro ruolo nella Chiesa

Il bello del mese di luglio è che cala il numero delle riunioni. Quanto tempo della vita sociale si passa facendo riunioni? E quanto tempo della vita ecclesiale? La sensazione che spesso si tratti di tempo perso è dietro l'angolo e a volte - soprattutto quando non c'è un'adeguata conduzione - diventa una certezza. E si fa strada la tentazione del decisionismo e dell'efficientismo: piantiamola di chiacchierare, qualcuno dica cosa bisogna fare e facciamolo.

Ma è davvero tempo perso? E quando lo è?

Queste domande non hanno una risposta assoluta. Dipende, ad esempio, da che tipo di organizzazione è o vuole essere, quella che si serve delle riunioni. Nelle organizzazioni verticistiche, ne bastano poche e servono per divulgare le decisioni prese dai vertici e distribuire le relative istruzioni. Al limite, si potrebbe anche farne a meno di riunioni: massima efficienza con la minima perdita di tempo. Ma i sottoposti hanno solo la possibilità di mettere in pratica, realizzare, obbedire, non certo di partecipare.

Nelle organizzazioni partecipate, a governance allargata, le riunioni sono uno strumento indispensabile di confronto tra diverse posizioni, elaborazione di progettualità, superamento del conflitto, costruzione di identità, elaborazione di decisioni.

Anche la Chiesa è un'organizzazione, e quindi deve darsi uno stile organizzativo. E questo stile non è una decisione che si prende una volta per tutte, ma un processo cui si arriva e che va continuamente aggiornato. Tenendo conto che lo stile non è una maschera che si può mettere e togliere a piacimento, ma è l'espressione di ciò che l'organizzazione è. Come le persone, anche le organizzazioni comunicano contenuti, sui quali hanno il pieno controllo, ma comunicano anche attraverso i rapporti, le relazioni: e in queste prima o poi rivelano quello che realmente sono.

Ho ripensato a queste tematiche leggendo il libro "Dai loro frutti li riconoscerete. Comunicazione, coerenza azione", di Lever, Pasqualetti e Presern (ed. Las 2011). I tre docenti della Università Pontificia Salesiana lanciano alcune provocanti riflessioni su come la dimensione della comunicazione attraversi ogni aspetto della vita Chiesa e ne sia costitutiva.

È lì che sono incappata in una frase che costringe a vedere in un'altra luce la "perdita di tempo" delle riunioni: «Le procedure del coinvolgimento a partire da basso necessitano di tempi più lunghi e spesso sembrano non portare a soluzioni efficienti, ma sarebbe importante ricordare che nella costruzione di una comunità è più importante il processo che il prodotto» (Fabio Pasqualetti, p. 45)

In termini di efficienza, visto che la nostra Chiesa è dotata di gerarchie articolate e autorevoli, si potrebbe dire che affidare a queste ultime le decisioni farebbe risparmiare tempo, denaro, fatica. Ma quando questo avviene, si scopre che l'efficienza paga un prezzo alto su altri piani: le persone non crescono, coltivano un'insoddisfazione che le porta ad allontanarsi, l'organizzazione si impoverisce di idee e di competenze, la comunità si sfalda.

È vero: per costruire comunità è più importante il processo che il prodotto, il percorso che la decisione.

Ma in un'organizzazione fortemente gerarchica come è la Chiesa cattolica, è possibile attivare decisionali realmente condivise, senza che la gerarchia stessa perda ruolo e prestigio?

Una possibile risposta, nello stesso libro, la dà Franco Lever, che porta alcuni esempi, mettendo tra l'altro a confronto il metodo partecipato adottato dalla Chiesa statunitense, per redigere alcuni documenti, e quello abitualmente adottato dalla Chiesa italiana.

Da noi, più o meno, succede che i vescovi si riuniscono in un'assemblea a porte chiuse, decidono il tema, convocano un gruppo di specialisti che si mette al lavoro in modo molto discreto; il gruppo distribuisce sub segreto una prima traccia a chi di dovere; ascolta, corregge e riscrive fino ad arrivare ad un documento finale; i vescovi lo discutono e lo sottoscrivono». Poi il documento viene pubblicato e commentato, ma ormai non si può più rimettere in discussione.

Lever ricorda che negli Stati Uniti, invece, «scelto il tema a partire dall'analisi della situazione, si forma una commissione di esperti. Questa non lavora a porte chiuse, non riduce al minimo la cerchia delle persone coinvolte, ma punta esattamente al contrario, perché vede nel dibattito pubblico l'unica forma attraverso la quale è possibile costruire un pensiero condiviso ed efficace. La commissione pubblica una prima bozza e sollecita gli interventi delle diocesi, delle università, delle varie organizzazioni cattoliche e delle singole persone. Lavorando sui contributi raccolti, si prepara un secondo documento di lavoro. Nel renderlo pubblico, la commissione precisa che si tratta sempre di un documento provvisorio che migliorerà con la partecipazione di tutti.

Nel frattempo, non solo i media legati alla Chiesa, ma anche gli altri sono intervenuti e dibattono i punti più importanti... Quando il "documento" ha raggiunto una formulazione "definitiva", con il placet dei vescovi, viene pubblicato».

Che efficacia hanno i documenti italiani? Quanto di quello che vi è scritto arriva davvero alla gente? Quanti lo leggono? Quanti ritengono che quelle parole li riguardano?

Il metodo adottato dalla Chiesa statunitense è probabilmente più faticoso e più lungo: richiede ascolto, capacità di mediazione, mitezza e fermezza (e, certamente, più riunioni!). Ma alla fine ciò che viene pubblicato non è un documento della gerarchia ecclesiale, ma della Chiesa; ciò che costruisce è una comunità con una identità più forte; ciò che comunica è una realtà che non teme il dialogo, perché ha fiducia in se stessa e negli altri. E la gerarchia non teme di perdere ruolo o prestigio, perché guida questo processo, e si propone non solo come custode del messaggio, ma come guida di un comunità che continuamente lo riscopre e lo attualizza.

Insomma, bisogna rivalutare le riunioni? Beh, oggi esistono anche altri strumenti per processi decisionali condivisi, e non sarebbe male imparare ad usarli. Ma nel frattempo forse sì, bisogna rivalutare le riunioni. E le relative perdite di tempo.

Paola Springhetti

© www.vinonuovo.it, 9 luglio 2011

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