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La XXI Giornata mondiale della vita consacrata. Uditori della Parola e dell'umano

Celebrare la XXI Giornata Mondiale della Vita Consacrata non vuol dire vivere nostalgicamente un evento, ma osare quell’oltre che è inscritto in ogni esperienza umana

In questa prospettiva di futuro e di profezia, come quella significata da Gesù presentato al Tempio, la vita religiosa in Italia non può limitarsi a conservare l’esistente, cosa già ardua in sé, ma convoca alla responsabilità tutti i religiosi, ricordando che in un tempo di contrazione delle forze e della stessa rappresentatività – oltre che di abbandoni che «ci preoccupano», come ha ricordato il Papa nella recente udienza alla plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica –, occorre assumere un ruolo di maggiore sinodalità, solidarietà e visibilità.

 

La compagnia, come esperienza di sinodalità e solidarietà, porta a dire che la minorità non necessariamente coincide con la contrazione della significanza e che la riduzione delle forze non produce ipso facto la sterilità della fantasia o l’impossibilità a pensare insieme, in una sinergia di carismi, quello che è impossibile realizzare da soli. Infatti, la “co-essenzialità” carismatica non riduce necessariamente i carismi, ma genera una riviviscenza carismatica, soprattutto tra carismi affini per spiritualità o per opere; pertanto, l’uscita missionaria, tanto cara a papa Francesco, non spaventa, anzi ricorda la singolare idoneità dei religiosi alla vita pastorale della Chiesa e alle attese del popolo di Dio, perché è tanta la esperienza di fede e di vita maturata che possono intraprendere gioiosamente questo cammino, vera riforma della nostra vita e dei nostri Istituti, oltre che della Chiesa.

 

La compagnia, come spazio di visibilità, porta a dire che in un tempo di comunicazione breve, liquido e veloce, occorre essere più attenti: «Se non investiamo seriamente sulla comunicazione, rischiamo l’irrilevanza e la marginalità», ha ricordato il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino. La Chiesa italiana a Firenze ci ha detto che occorre abitare, ovvero, progettare nuove forme di presenza e testimonianza, che umanizzare è la posta in gioco più alta, perché tocca l’essere stesso della persona e che ai cattolici spetta il ruolo di presidio dell’umano. Per poter realizzare questo, come religiosi in Italia, la prima missione che dobbiamo compiere è quella della comunione. Innanzitutto tra noi, «curando in modo particolare la vita fraterna in comunità», secondo l’indicazione di papa Francesco nel già ricordato discorso di qualche giorno fa. E poi comunione non solo sinodale e solidale, ma anche visibile con tutte le componenti ecclesiali, ognuno con i mezzi che ha a disposizione, senza lamenti storici, ma con la capacità di educare oggi alle domande ed offrire risposte concrete al Popolo di Dio e, contestualmente, a quella carovana umana che conosce la fatica della vita.

 

Il tempo che viviamo è l’era della scommessa sull’umano pertanto, o impariamo ad abitare questo tempo e questi nuovi spazi con attenzione e premura per l’umano, o saremo assorbiti da un modello tecnico, perché va molto più veloce della nostra capacità di elaborare i significati. Il modello da seguire è quello della «Chiesa in uscita», che decide di annullare le distanze rispetto ai suoi interlocutori, perché sa che ciò che fa la differenza è la persona umana, rompendo gli schemi dell’autoreferenzialità, anche all’interno del nostro ecosistema ecclesiastico perché, o cambiamo e accettiamo la sfida o le cose ci sfuggiranno di mano. Dobbiamo aprire almeno una finestra che guarda e che racconta il mondo, dobbiamo raccontare le storie di speranza nel territorio a partire dalla nostra capacità di stare accanto alla gente, sporcandoci le mani ma profumando di cielo, con uno sguardo che va oltre e che ha Altro da dire.

 

Gesù ha saputo guardare oltre dando forma alla sua vita quando, nei momenti importanti della missione terrena, ha incentivato la relazione profonda con il Padre. I discepoli hanno appreso questa forma di vita del Maestro introducendosi nella sua stessa intimità. I santi fondatori hanno saputo vedere oltre perché sono stati uditori della Parola e dell’umano.

 

Ai religiosi, dunque, non è richiesto, per essere in linea con il Vangelo e l’ispirazione prima dei fondatori, di bloccare il carisma scadendo in forme di mondanità spirituale o nella tentazione dei numeri, ma è richiesto loro di guardare oltre, di avvicinarsi all’intimità stessa di Gesù Cristo («tenere fisso lo sguardo sul Signore, facendo sempre attenzione a non cedere ai criteri della mondanità», secondo la parola del Papa), come quella di chi vive sul bordo del pozzo (Gv 4), nella ricerca della verità e dell’incontro, dove l’ascolto accade nel silenzio abissale di Dio e dell’uomo divenendo musica silente (san Giovanni della Croce), esperienza di resistenza e resa, tra storia ed escatologia, tra sequela ravvicinata e realizzazione del Regno.

 

Luigi Gaetani sacerdote ocd, presidente della Conferenza italiana dei Superiori maggiori (Cism)

© Avvenire, giovedì 2 febbraio 2017

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