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Preferire la vita

La Legge 194, le dichiarazioni del ministro e il ruolo dei consultori

Se dal 5 giugno del 1978 a oggi in Italia 5 milioni 329mila e settecentotré bambini sono stati abortiti, la notizia non è certamente bella per nessuno. Nemmeno l’abortista più convinto potrebbe considerarlo un successo, ma innanzi tutto la sconfitta di un sistema che non ha saputo dare risposte per evitare tutto questo. Eppure esiste una legge, la 194 (appunto del 1978) che nel mentre legalizza la pratica che ha cancellato tutte quelle vite, afferma, sin dal titolo, di voler promuovere la «tutela sociale della maternità», cioè la prevenzione dell’aborto stesso.

 

A sostenere lo spirito potenzialmente accogliente e sistematicamente tradito della 194 è stato di recente il ministro della Salute Renato Balduzzi, che nella Relazione annuale ha incastonato la legge in una cornice di «preferenza per la nascita», dandole l’interpretazione più aperta possibile alla vita (ben lontana purtroppo dalla sua reale attuazione). L’ha infatti collegata a tre testi fondamentali: la legge del 1975 istitutiva dei consultori familiari «per la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento», la sentenza della Corte Costituzionale sempre del 1975 che lega indissolubilmente l’aborto al concetto di «stato di necessità» (con l’obbligo per il legislatore di predisporre «seri accertamenti» sulla reale gravità del danno che potrebbe derivare alla madre dalla gestazione), e infine il parere del Comitato nazionale di Bioetica (2005) nel quale il ministro riconosce «il principio secondo cui lo stato di gravidanza esige forme specifiche di aiuto in favore della donna dato il valore umano della gestazione».

 

Sono tre richiami significativi perché, sottolinea lo stesso Balduzzi, «sulla base di questi è possibile comprendere meglio la portata della Legge 194». Possibile e doveroso, va aggiunto, proprio come ha rimarcato il Movimento per la Vita che ieri ha presentato il suo «VII Rapporto al Parlamento sull’attuazione della 194». Qualsiasi legge ovviamente porta in sé l’obiettivo e, anzi, la necessità di essere attuata e rispettata, è persino banale ricordarlo, eppure in questo caso c’è da chiedersi se la «legge sull’aborto» – come è spesso chiamata – viene attuata o no in modo conforme al contesto in cui potrebbe ben essere inquadrata. E qualsiasi legge risultasse disattesa o fraintesa dovrebbe, altrettanto ovviamente, essere corretta o chiarita, magari soltanto sostituendo il termine equivoco con quello inequivocabile. Anche questo lo ricorda il Movimento per la Vita, che prendendo per buona l’impegnativa dichiarazione di princìpi del ministro, ne trae le conseguenze più naturali: «Se nella 194 si ravvisa una 'preferenza per la nascita' – scrive – la gravità del mancato rispetto di tale obiettivo dovrebbe indurre alla proposta di riforme concrete». Ogni legge, infatti, è guida all’azione, e una legge piena di amare ombre e pessimamente usata fa danni gravissimi.

 

Senza immaginare impossibili rivoluzioni, potrebbe bastare per cominciare maggiore coerenza nell’articolo 2, quello che riguarda i consultori, i luoghi in cui dovrebbe avvenire la grande e difficile opera di prevenzione dell’aborto: ovvero l’accoglienza, l’ascolto, l’informazione, l’aiuto a rimuovere le cause che hanno portato la donna al tragico bivio. Oggi i consultori pubblici sono tutt’altro, snaturati nel loro ruolo: la stragrande maggioranza delle donne che hanno abortito testimoniano come quasi nessuno le abbia accolte, ascoltate, informate, aiutate a rimuovere le cause, e come quasi sempre secondo la logica della 'scelta' a senso unico siano state frettolosamente avviate alla sala operatoria. Inoltre i consultori sono obbligati a rilasciare l’autorizzazione all’interruzione di gravidanza, e questo tiene lontane proprio le persone che per coscienza e convinzione sarebbero le più adatte ad applicare la legge, spendendosi per la vita di quel feto.

 

Secondo il Movimento per la Vita, dunque, il consultorio deve diventare un passaggio obbligatorio, che restituisca a ogni donna anche il diritto di non abortire, cioè la possibilità concreta di scegliere davvero, accogliendo la vita del proprio figlio. E ancora i numeri ci dicono che è possibile, se nel solo 2011 grazie ai Cav (Centri di aiuto alla vita) 10.078 bambini sono passati dal destino di feti abortiti a quello di persone oggi vive.


Lucia Bellaspiga
 
© Avvenire, 20 ottobre 2012
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