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Il prete nel cinema italiano. Il “caso” Verdone

E' facile accorgersi come nel nostro Paese l’influenza determinante dell’ambiente cattolico da una parte e l’anticlericalismo laicista dall’altra abbiano sempre sospinto il cinema in modo apparentemente contraddittorio talora ad acquiescenze formali verso aspetti e motivi religiosi, talaltra a reazioni irritate, filtrate magari attraverso soluzioni umoristiche e grottesche.

 

Le sale affollate, gli incassi strabilianti, il richiamo del bravo e simpatico attore-regista, i programmi televisivi di Fazio Che tempo che fa e Porta a porta di Vespa, il dibattito sui quotidiani, il tutto forse sapientemente ispirato dal marketing della Warner Bros, fanno del film “Io, loro e Lara” di Carlo Verdone un evento cinematografico.

Se poi si considera che il protagonista è un prete, c’è da chiedersi perché in questa nostra Italia, straripante talvolta di umori “laicisti”, la figura sacerdotale rappresenti ancora un richiamo così forte. E’ vero che i film di Verdone registrano un costante successo, ma se fosse solo per lui, tutti i film avrebbero dovuto suscitare ugualmente così accesi dibattiti. Invece no.

Per chi vuole intendere, c’è da intendere: è facile accorgersi come nel nostro Paese l’influenza determinante dell’ambiente cattolico da una parte e l’anticlericalismo laicista dall’altra abbiano sempre sospinto il cinema in modo apparentemente contraddittorio talora ad acquiescenze formali verso aspetti e motivi religiosi, talaltra a reazioni irritate, filtrate magari attraverso soluzioni umoristiche e grottesche.

Una premessa.

Spesso l’approccio a un film è psicologico, sociologico, politico, morale, ma si trascura di “leggere” il film. Si deve sapere prima “cosa” il film ha detto, per poi giudicare “come” l’ha detto.

Una parola sul “genere” di film che Verdone ci offre. “Io, loro e Lara” oscilla tra il genere di film di libera espressione, nel quale l’autore esprime qualcosa del suo mondo interiore e il film d’evasione e spettacolare (film–commedia come egli stesso l’ha definito), che vuole divertire, offrendo quegli ingredienti che convincono il pubblico a comprare il biglietto. E’ vero anche che un film può cercare di essere spettacolare per poter trasmettere un messaggio. Ma l’equilibrio è difficile.

Ma torniamo al film di Verdone.

 E’ la storia di don Carlo, missionario in Africa, il quale, rientrato in Italia a motivo di una crisi vocazionale, col consiglio dei superiori, trascorre un periodo di riposo in famiglia. Non trovando nessuno disposto ad ascoltarlo, è invece costretto a farsi carico dei problemi di tutti gli altri, dall’anziano padre ai due fratelli, al “terremoto” Lara (con la sua storia di giovane madre che cerca di riavere con sé il figlio). Alla conclusione di tutte le avventure, che manifestano le situazioni “disastrate” dei familiari, don Carlo ritorna nel suo villaggio africano, che gli permette di guardare con sguardo più benevolo e disincantato la sua famiglia riunita attorno a Lara e di vivere con più consapevolezza quel qualcosa di positivo che c’è in Africa.

Come RACCONTO CINEMATOGRAFICO la parte narrativa, che vede in Verdone–don Carlo il protagonista, si struttura in un’ introduzione, due grosse parti e un epilogo.

Nell’INTRODUZIONE, l’aereo che riporta don Carlo in Italia sembra planare sulla Città Eterna, con una sguardo panoramico dall’Ara Pacis, al Colosseo, a San Pietro. Il montaggio parallelo anticipa il riferimento ad alcuni personaggi (la sorella Bea, diminutivo di Beatrice, e Lara), in situazioni che ritroveremo nel corso del racconto cinematografico. I superiori, ai quali il missionario esterna le sue problematiche interiori, la sua crisi d’identità, la sua paura di perdere la fede (in Africa «c’è più bisogno della protezione civile che della protezione divina»), per tranquillizzarlo gli consigliano: «Hai bisogno di raccoglimento, di riposo in famiglia».

Che cosa trova don Carlo quando si reca nella casa paterna dove ha vissuto fino alla partenza per la missione?

La trepidazione del sacerdote prima di incontrare i superiori e la difficoltà di essere “ascoltato” preludono a un leitmotiv che accompagna il corpo centrale del film.

La PRIMA PARTE riguarda il racconto antecedente all’apparizione di Lara.

Don Carlo cerca qualcuno che lo ascolti sulla crisi che sta vivendo. Il primo che incontra, l’anziano padre, Alberto (magnificamente interpretato da Sergio Fiorentini), con un ”parrucchino color mandarino, sembra non accorgersi di lui se non per comunicargli entusiasticamente il matrimonio con Olga, una badante moldava molto più giovane di lui, che non vuole sia discriminata (proprio da lui, missionario che viene dall’Africa!) e che gli lascia il segno del rossetto mentre lo bacia sulle guance. Mentre l’anziano padre e la moldava ballano il mambo, emerge lo sconcerto di don Carlo, che, soprattutto al ricordo della madre, incassa la prima delusione.

Passiamo all’altra sequenza. La sorella Bea, psicoterapeuta e divorziata, bisognosa più di altri di essere curata, ha una “figlia adolescente a carico” che si definisce “emo” e vive, in simbiosi con una amica–clone, «le emozioni fino in fondo» (dal dormire, alla sofferenza, alla depressione). Anche a lei, psicoterapeuta, si rivolge don Carlo per esporre la sua insicurezza e i suoi problemi, ma senza esito. Per Bea il vero problema è che il padre «è uscito di testa e la moldava si mangia il patrimonio». Per controllare i movimenti bancari del padre, Bea porta don Carlo dal fratello Luigi, cocainomane, stressato dalla professione di broker, superficiale con le donne, a cominciare da quelle della propria famiglia.

Il padre (intento a dimostrare le sue “capacità” virili ritrovate), la sorella (che lo smonta: «parli dei tuoi dubbi e io dei miei»), il fratello (che lo coinvolge in un salvataggio della compagna aspirante suicida sul cornicione esterno dell’abitazione), inducono don Carlo a concludere: «la mia famiglia è un manicomio»; «dei miei problemi non ne frega a nessuno».

I tre fratelli, all’improvviso, vengono avvertiti che un’ambulanza è sotto la loro casa. Pensano spontaneamente al padre, e grande è la sorpresa quando scoprono che ad essere morta è Olga.

Inizia così la SECONDA PARTE del racconto.

In chiesa, alla celebrazione del funerale, compare Lara, che, da adesso in avanti, assumerà un rilievo determinante nella struttura del racconto. E’ la figlia di Olga, la moglie badante del padre Alberto, la quale recita una commovente orazione funebre rivolgendo un intenso omaggio anche all’anziano Alberto, mentre viene abbracciata da questi e da don Carlo. Da notare che il suo inserimento nel racconto è stato anticipato da alcune apparizioni fin dall’inizio del film (come già ricordato).

Dopo la cerimonia funebre, il padre, Alberto, (che si è liberato della parrucca: «è finita un’epoca») decide di allontanarsi da casa, raggiungendo una sorella a Rieti, e “regala” il suo appartamento a Lara, che vi si installa insieme a don Carlo (quest’ultimo provvisoriamente), al quale – sempre il padre – lancia un’altra frecciata: «che ne puoi sapere tu, che nella vita non ti sei mai innamorato».

Bea e Luigi, i fratelli,  tentano, con l’aiuto di un notaio, di far sfrattare la ragazza. Di fronte a un’eventuale condotta immorale, che preveda l’interdizione del padre, don Carlo reagisce. A un’ulteriore allusione pungente dei fratelli: «non s’è capito il tuo ritorno dall’Africa», il prete risponde sconsolato: «sapete che vi dico, che mi manca molto l’Africa!». Per lui è l’occasione per immergersi nell’ambiente delle immigrate africane a Roma (preparato dal fortuito “rumoroso” incontro sul bus). Scopre che quelle ragazze, conosciute sane in patria, a Roma si prostituiscono lungo la “passeggiata archeologica”.

Ritornato ancor più sconfortato a casa, con l’incarico di investigare su Lara, la scorge mentre dorme e ne prova turbamento. Sarà invitato da lei a recarsi in discoteca, ma si accorge che la ragazza vive in modo singolare: mentre di giorno è una specie di guida turistica in costume romano, la sera e la notte sembra dedita a incontri turbinosi con uomini sposati e a prestazioni scabrose via internet attraverso una porno-web-cam installata sul suo computer. Scoperta da don Carlo, asserisce, misteriosamente, che è costretta a ciò per bisogno di soldi.

Intanto a Lara viene in mente una proposta: restituirà l’appartamento ai legittimi eredi in cambio di una giornata da trascorrere insieme: «mi aspetto affetto, calore e allegria, come se foste una famiglia vera».

Il motivo di tale richiesta è che la ragazza ha un figlio, Michael, che le è stato tolto a causa della sua instabilità. L’incontro con la psicologa, dott. Elisa Draghi, permetterà di accertare che lei vive in una famiglia felice, capace di ospitare il bambino.

Secondo lo schema della commedia all’italiana, prima del pranzo succede di tutto. Il sacerdote è messo in imbarazzo in vario modo, fino ad essere concupito dalla psicologa, che lo ha inquadrato come il ghost (cioè il fantasma) del marito defunto. Don Carlo, che pure aveva tentennato di fronte a Lara, non crolla, sostenendo che «il celibato è una scelta» e «un percorso di autodisciplina».

L’EPILOGO

 Don Carlo conclude le sue avventure “italiane”, ritornando in Africa con le tre ragazze di colore che ha salvato dalla turpe vita che stavano intraprendendo, e questo anche a rischio della propria vita, viste le minacce dei due “papponi” delle donne.

Dal villaggio africano sperduto, tramite skype, il missionario potrà vedere la famiglia riunita attorno a Lara e al bambino, a cui si ricongiunge anche l’anziano padre con una nuova fiamma, un’amante-badante di origine cilena, di nome Lourdes.

Don Carlo sorride mentre riceve gli auguri di Natale, via web-cam, dalla terribile famigliola, mentre sfila la realtà delle poche, misere case e degli scarsi abitanti del villaggio. La panoramica su quel mondo si contrappone a quanto abbiamo visto finora in Italia, sottolineata dalla frase dei familiari: «Beato te che stai laggiù in pace. Qui c’è un inferno».

Sulla dedica finale “a mio padre Mario” si conclude il film, con una lunga inquadratura di una vela in controluce con il cielo.

TEMATICAMENTE il film è positivo: in questo mondo occidentale segnato dal materialismo, con una vita accelerata al massimo, non è possibile vivere una dimensione spirituale se non in luoghi (come l’Africa) dove non c’è ancora quel dominio tecnologico e affaristico, e si privilegia quel rapporto umano, che permette una relazione più diretta col cielo (la vela finale).

La tematica è interessante. Verdone però indulge fin troppo, nella narrazione delle singole vicende, a una spettacolarità straripante. Le varie gag che accompagnano il film sfilacciano la struttura. Valga l’esempio – con una caduta di stile – del pranzo vissuto “tutti insieme” con la psicologa Draghi e la sua assistente.

Con occhio attento si guarda a questa società “evoluta”, incapace di ascoltare, che “usa” il sacerdote per risolvere i propri problemi materiali. Ne sono emblema i due fratelli che non prestano attenzione a don Carlo, che cerca di parlare della propria crisi vocazionale, ma lo “sfruttano” per risolvere il problema della vita del loro padre, dell’appartamento, e così via.

Lo sguardo melanconicamente si posa sulle tre piccole prostitute africane, che hanno paura di far tardi al “lavoro”, e sul vecchio genitore che tenta di esorcizzare la morte circondandosi di giovani fiamme.

CINEMATOGRAFICAMENTE, quindi, il film è abbastanza ben strutturato, con notevole abilità di montaggio, nonostante qualche scompenso.

Il genere spettacolare, però, non sempre si compone, in questo film, in modo equilibrato con l’intento tematico, pur lodevole.

ESTETICAMENTE, il film si presenta come opera spettacolarmente fruibile, capace - con i limiti sottolineati - di comunicare un messaggio tematico. Manifesta un “mestiere” cinematografico ben consolidato, anche se è difficile parlare di artisticità in senso proprio. Ma se non si può parlare di arte come “contemplabilità”, si può parlare molto bene di un film che possiede qualità cinematografiche, sia per i pregi della struttura, sia per l’adesione degli interpreti. Scontata la bravura di Verdone-attore e quella di Sergio Fiorentini (il padre); qualche eccesso si riscontra in Anna Bonaiuti (la sorella Bea), mentre splendide si ammirano Laura Chiatti (Lara) e Angela Finocchiaro (la psicologa).

Una riflessione finale sulla figura del prete.

Affidare una funzione alla presenza del prete sullo schermo significa compromettere il cinema sul problema religioso, impegnandolo a fornire la misura della sua sensibilità sull’argomento. Anche la sola presenza del sacerdote nel film richiama altre realtà. Perciò ogni sua espressione, ogni scena in sua presenza può compromettere la chiesa, di cui egli è visto rappresentante, o la religione di cui è ritenuto legittimo depositario.

Non si tratta di accompagnare ogni apparizione del prete in contesti falsamente edificanti, perché anzi la rappresentazione del male, della fragilità umana può ottenere l’effetto di una maggiore conoscenza della sua missione.

I migliori registi italiani si sono misurati con la figura del prete, da Rossellini a Fellini, da Visconti a Blasetti, da Olmi a Zeffirelli, da Bellocchio alla Cavani e a Manfredi.

Le punte di eccellenza si riscontrano, tra l’altro, nelle opere di Rossellini (il don Pietro di Roma Città aperta) e di Olmi (L’albero degli zoccoli), proprio in ragione della sostanza tematica di quei film, che sono in grado di parlare della condizione dell’uomo contemporaneo, delle sue inquietudini, delle sue lotte, delle sue relazioni col trascendente.

Il film-commedia di Verdone offre un contributo in tale direzione. L’intento spettacolare ci induce a non richiedere quello che il film non intende darci. Non si tratta di un film che scandaglia tutte le profondità della vita sacerdotale.

Il protagonista, in crisi vocazionale ed esistenziale, cerca subito l’aiuto nella sua realtà ecclesiastica, ma viene “spedito” in famiglia. La scelta di Verdone è solo funzionale per il suo racconto, oppure indica la scarsa attenzione dei superiori verso la persona del prete missionario in crisi?

E’ vero che non si vede don Carlo pregare. Ma è o non è un prete in crisi?

Eppure, il prete viene trattato con rispetto. Ascolta e consiglia i parenti in preda a problematiche molto materialistiche. Toglie le ragazze africane dalla strada. Conserva la sua illibatezza, nonostante le tentazioni di Lara e le avances della psicologa.

Il ritorno in Africa non sembra la risposta risolutiva alla sua crisi vocazionale, ma nemmeno viene descritto come una semplice “fuga dall’Occidente”. Mi sembra esprima la ripresa della consapevolezza della sua missione in un paese, come l’Africa, che conserva più marcatamente alcuni valori da noi spesso soffocati.

A proposito della famiglia, qualcosa succede. Prima i fratelli tentano di “sfrattare” Lara, e poi l’accettano. Non sarà che la presenza di un prete in famiglia abbia avuto il suo influsso?

Il prete di Verdone è trattato con garbo e rispetto, colmo di umanità, credibile.

Un’ultima parola: il regista dedica al padre Mario, recentemente scomparso, il film. Forse lo ritiene il film più “suo”, tributo di affetto e di riconoscenza verso il genitore che gli ha insegnato ad amare il cinema.

 

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Arcivescovo di Bari-Bitonto

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