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Lourdes e i miracoli: il parere di un teologo

Intervista di Olimpia Pont a Juan José Tamayo.

 

Quale significato ha il miracolo nella teologia cattolica ?

Juan José Tamayo: Il miracolo ha sempre meno importanza nella teologia odierna, in quanto essa non si chiede più se i miracoli siano veri né se siano possibili. Ciò che conta per la teologia è il loro significato. Il miracolo si colloca nel genere letterario taumaturgico, che consiste nel riconoscere ad alcune persone, soprattutto provenienti dall’ambiente religioso, alcune qualità che consentono loro di cambiare le leggi della natura (fermare una tempesta, sfidare la legge della morte con una resurrezione, etc.). Di tutto questo, ciò che interessa oggi la teologia cattolica non è  sapere se Gesù abbia compiuto o meno dei miracoli, o se essi siano la prova del cristianesimo, ciò che interessa la teologia è il significato attribuito a questi miracoli. E il significato profondo è che nel cristianesimo la salvezza è totale, non riguarda solo l’anima e non avviene solo dopo la morte. Lo scopo della salvezza è quello di ottenere il benessere integrale della persona e la guarigione fisica rientra in questo benessere. Il messaggio trasmesso attraverso il miracolo è che l’essere umano è un’unità psicosomatica che ha bisogno di uno stato di benessere e di una piena realizzazione.

 

Esistono i miracoli?

JJT: Per la teologia apologetica, sì. Questa teologia sostiene che ci sono stati miracoli al tempo di Gesù, che ce ne sono ancora oggi e che i miracoli sono un segno della verità rappresentata dalla religione. 

 

Potrebbe darmi una definizione del termine « miracolo » ?

JJT: È la capacità di cambiare le leggi della natura, le leggi della Storia e le leggi della vita, come ad esempio la resurrezione di un morto, l’interruzione di una tempesta (mi riferisco naturalmente ai miracoli di cui si narra nei Vangeli), la guarigione eccezionale da una malattia incurabile, senza intervento medico o chirurgico, etc. Tutto ciò che trasgredisce o va al di là delle leggi della vita e della Natura è considerato un miracolo. Si tratta sempre di un atto straordinario.

 

Perché Gesù compie miracoli ?

JJT: Si descrivono i miracoli di Gesù perché egli è presentato come un uomo dotato di una serie di qualità che lo distinguono dai suoi contemporanei. Ciò si spiega grazie al suo speciale rapporto con Dio, poiché egli ha ricevuto da Dio il privilegio, essendo suo figlio, di poter compiere miracoli sulla vita degli altri, sul loro stato fisico e sulle leggi della natura. Questa è la tesi della vecchia apologetica. Oggi la teologia non si chiede se Gesù abbia compiuto miracoli, piuttosto interpreta ciò che appare come miracolo nei Vangeli. In realtà, si tratta di segni che indicano la presenza di Dio, segni del benessere totale della persona e non solo della salvezza dell’anima.

 

Dio si mostra a noi ? Ci lancia dei segnali ? Si fa vedere ?

JJT: Dio non interviene mai in modo diretto. Nelle religioni monoteiste, l’intervento di Dio avviene attraverso alcuni mediatori. Ad esempio, nell’ebraismo Egli interviene per mezzo di Mosé e dei profeti di Israele, nel cristianesimo attraverso Gesù di Nazareth e poi gli apostoli e nel caso dell’Islam attraverso il Profeta. Dio si manifesta nella Storia attraverso i  suoi intermediari. Nelle tre religioni monoteiste, Dio interviene liberamente sui fatti, sebbene il suo intervento non sia diretto. Avviene per mezzo dei suoi rappresentanti o di persone che agiscono da mediatori tra Lui e gli esseri umani. Si dice anche nella Lettera agli Ebrei, un testo del Nuovo Testamento : « Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del figlio ». In seguito, dopo Gesù, Egli si è rivelato attraverso altri profeti.

 

È possibile per noi capire il piano di Dio ? Dio ha un progetto ?

JJT: Credo che questa sia un’idea mitica, che non rispetta la libertà umana. Penso che il progetto di Dio nella Storia si traduca nei progetti umani e i progetti umani sono opera di esseri umani e sono elaborati conformemente alla loro libertà. Qualsiasi progetto di Dio nella Storia passa attraverso le realizzazioni degli esseri umani, attraverso le loro iniziative, le loro libertà. Pensare che Dio abbia un progetto, che questo progetto sia immutabile, per tutta l’umanità, e che debba necessariamente compiersi equivarrebbe a negare la libertà dell’essere umano. Ecco perché i progetti di Dio devono essere realizzati tenendo conto della libertà dell’essere umano. Altrimenti, l’uomo sarebbe un burattino, un semplice oggetto nelle mani di Dio. Credere che solo Dio abbia progetti per il mondo, la Storia, l’Umanità o la Natura significherebbe avere di Lui un’immagine molto capricciosa e arbitraria.

 

Ci si può avvicinare a Dio ?

JJT: Questo è il senso delle religioni… Le religioni agiscono da mediatori tra gli esseri umani e Dio, per comunicare con Lui. La comunicazione è diretta e personale ma anche comunitaria, attraverso l’assemblea, il rito, la festa o la celebrazione. Ma, sarebbe auspicabile che la comunicazione del credente con Dio fosse personale, diretta, fiduciosa e responsabile. Inoltre, oggi si tende a evidenziare il carattere soggettivo della fede. Ciò significa che in molti casi l’essere umano comunica con Dio senza dovere ricorrere a istituzioni o intermediari, come ad esempio i santi o le persone sacre.

 

Cosa si può imparare da Dio ?

JJT: Potrà sembrare strano, e forse anche un po’ contraddittorio, ma penso che ciò che possiamo imparare da Lui è la Sua misericordia, la Sua umanità. Leonardo Boff, un teologo della liberazione brasiliano, ha scritto : « Solo Dio è umano come Gesù ». Ed è vero, perché il dio del cristianesimo, il dio dell’islam, il dio dell’ebraismo si caratterizza per la compassione, la misericordia, il perdono, la solidarietà, la vicinanza, la comunicazione diretta con gli esseri umani, la sensibilità. Ciò che possiamo imparare da Dio è la sensibilità di fronte alla sofferenza e la solidarietà nei confronti di coloro che soffrono nella Storia.

 

Un personaggio del film chiede : « Dio è buono e/o onnipotente ? »

JTT: Ecco il grande dilemma che da lungo tempo attanaglia la storia del pensiero occidentale, da Epicuro ai giorni nostri ; l’apparente contraddizione tra la bontà di Dio e l’onnipotenza. Se Dio è onnipotente, perché non impedisce la sofferenza degli innocenti ? Se Dio è buono, perché lascia che la gente soffra ingiustamente ? È un dilemma difficile da risolvere. È una delle principali critiche, alla quale è molto difficle rispondere : l’ateismo morale. Perché Dio consente la sofferenza degli innocenti se è buono e se può evitarlo ?

Se non può evitarlo, dice Epicuro, allora non è onnipotente. Se può farlo ma non lo fa, allora non è buono. Ecco il grande dilemma della filosofia, della teodicea, ed è una situazione complessa. Io penso che l’esperienza di Dio debba essere vissuta in entrambi gli aspetti, tanto quello della sofferenza quanto quello della gioia, tanto nella tristezza quanto nella felicità.

 

Come si fa a ricevere la grazia ? Attraverso l’impegno ?

JJT: Penso che la grazia sia un mistero e che, in realtà, la grazia di Dio sia su tutti gli esseri umani. Il fatto è che ciascun essere umano la prende, la riceve o la rifiuta in base alla propria scelta personale e alla propria libertà. La grazia è una delle caratteristiche fondamentali di tutte le religioni : la grazia, la capacità di Dio di darsi agli altri. Se c’è una cosa che caratterizza l’azione di Dio verso gli esseri umani è appunto la sua gratitudine. Ma la domanda anche in questo caso è : « Va bene, dai un dono, una grazia, ma… perché ad alcuni sì e ad altri no ? » Questo è uno dei grandi misteri della divinità…

In ogni caso, la grazia deve essere associata al lavoro umano. È quanto diceva Jorge Luis Borges : « l’ispirazione ti viene incontro mentre lavori ». Quando la grazia ti viene incontro devi essere solidale e pronto a rispondere.

Noi siamo gli artefici della nostra grazia, perché se la grazia fosse qualcosa che dipende da Dio e non richiede alcuno sforzo umano, allora entreremmo piuttosto nel campo della superstizione.

 

Se lei soffrisse di una malattia incurabile, andrebbe a Lourdes?

JJT: No, no… Non mi servirei mai di mezzi straordinari, non coinvolgerei mai Dio nella soluzione dei miei problemi. Avrei l’impressione di manipolare il mistero e abusare di qualcosa che non può essere né venduto né comprato. Andare a Lourdes per guarire da una malattia incurabile sarebbe come convertire Dio in una merce, un affare, un commercio. Sono profondamente convinto che il sacro meriti molto più rispetto. Se una malattia non si può curare con i normali strumenti della medicina (qualunque tipo di medicina) non bisogna cercare un’altra soluzione ricorrendo a mezzi straordinari o soprannaturali. Io accetterei l’irreversibilità della malattia e lo farei con rispetto, dignità e gratitudine.

 

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