«E il Verbo si fece carne». Dio ricomincia da Betlemme. Il grande miracolo è che Dio non plasma più l'uomo con polvere del suolo, dall'esterno, come fu in principio, ma si fa lui stesso polvere plasmata, bambino di Betlemme e carne universale
Se abbiamo celebrato il Natale, dobbiamo adesso seguirli, non dobbiamo perdere Gesù. Perché il Natale non sia solo poesia, ma concretezza di vita, dobbiamo subito, oggi, rimetterci in cammino
"In principio era la parola, la parola era Dio... la parola di Dio si è fatta carne, uomo". E si tratta non di una Parola qualsiasi, ma di quella Parola/Dio che incarnata ha cambiato il senso della storia. Non siamo più nel buio della storia, ma abbiamo un senso: viviamo per Gesù, sì per il bambino che oggi contempliamo in una stalla povera
Giuseppe compie un atto di fiducia che contrasta con il buon senso, ma non con l’amore, contrasta con la ragionevolezza, ma non con il desiderio. E arriva a obbedire a eventi che suggerivano disperazione o violenza, rifiuto o accusa. E la fiducia in Maria si accompagna alla fede nell’azione di Dio
Ora che Gesù è in scena, che predica e opera, e dopo che Giovanni stesso l’ha battezzato riconoscendo di aver lui bisogno di essere battezzato da Gesù, ora la parola di Giovanni, in prigione, si fa debole, incerta, insicura. La voce che gridava nel deserto diviene la voce che domanda dalla prigione
Maria piena di grazia, primizia dei redenti in Cristo, è ai nostri occhi il tipo dell'umanità nuova che Cristo ha voluto inaugurare proprio con lei. Non solo docilità e disponibilità per un cammino di "cristificazione" ma anche impegno nella custodia del "santo tesoro" che siamo noi stessi di fronte al Padre
Di fronte a questo vangelo la comunità cristiana prova sentimenti di imbarazzo: esita a essere convinta che il Signore viene nella gloria, non pensa che ci sia veramente una fine del tempo e non ha più nel cuore il desiderio bruciante di vedere il Signore. Eppure basterebbe essere più attenti nel leggere la vita che trascorre, la propria e quella degli altri accanto a noi, per renderci conto come ogni giorno, se non siamo distratti, inesorabilmente siamo ricondotti all’evento che ci attende: l’incontro con il Signore
Gesù Cristo è Re perché regna sulla croce; è un Re al contrario dei re di questo mondo, crocifisso tra malfattori; è un Re condannato dai poteri religioso e politico; è un Re che salva gli altri e non se stesso. È un Re paradossale! Gesù non ci salva ora come vorremmo noi, ma ci salva se noi, che non siamo mai né giusti né buoni, sappiamo accogliere il perdono che Dio ci offre, che Gesù ci offre, dicendogli semplicemente: “Gesù, ricordati di me quando verrai nel tuo Regno”
Gesù non fornisce nessuna data della fine, non dà nessuna risposta precisa alle febbri apocalittiche sempre presenti nella storia, tra i credenti. No, egli consegna delle indicazioni affinché i credenti vadano in profondità, leggano i segni dei tempi e vivano con vigilanza il proprio oggi, mai dimenticando, ma al contrario conservando la memoria della promessa del Signore e attendendo che tutto si compia
I credenti sono convinti che, essendo in alleanza con Dio, quando muoiono vivono per Dio e in Dio, perché egli è fedele e non viene mai meno alla sua promessa e alla sua alleanza. Siamo posti di fronte al grande mistero dell’esodo pasquale: moriamo a questo mondo per essere rialzati mediante una trasfigurazione della nostra intera persona, spirito e corpo, alla vita in Cristo, nel Regno eterno dell’amore