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Le Chiese ortodosse

Sebbene l’aggettivo “ortodosso” riguardi ciascuna Chiesa (in quanto ogni Chiesa considera se stessa nella “retta opinione” della fede), solo le Chiese orientali di tradizione bizantina hanno fatto entrare questa qualità nella definizione di se stesse (allo stesso modo, la Chiesa in comunione con il vescovo di Roma si definisce “cattolica”, sebbene la cattolicità, ovvero l’apertura all’universale, sia una prerogativa di qualsiasi comunità cristiana).

Le Chiese ortodosse si percepiscono come la “Chiesa dei sette concili”, o la “Chiesa dei Padri”, in quanto la forza e la solidità della loro teologia, della loro tradizione, della loro spiritualità, delle loro norme, affondano le radici nelle affermazioni e nei canoni dei primi sette Concili ecumenici e nella tradizione teologica e spirituale dei Padri della Chiesa, ovvero quei vescovi, quei dottori della Chiesa e quei santi testimoni della retta fede, particolarmente dei primi secoli del cristianesimo, ma non solo.

Esse, pertanto, si pongono in continuità con la Chiesa primitiva, la chiesa “apostolica”. La garanzia della continuità di fede con le origini è data dalla successione apostolica, ovvero la trasmissione del ministero episcopale di vescovo in vescovo. Il luogo per antonomasia in cui il fedele fa esperienza di appartenere alla Chiesa dei Padri è la liturgia, vissuta secondo il rito bizantino. Egli si sente immerso, attraverso i canti, le simbologie antiche, l’essere attorniato dalle icone dei misteri di Cristo e dei santi, in una Tradizione vivente, nell’unico popolo santo di Dio che travalica i confini del tempo. Ecco perché ogni ortodosso, sebbene non sempre viva la pratica della fede, si sente pienamente parte della sua Chiesa.

Inoltre, l’Ortodossia si sente depositaria della continuità con quello che fu il grande Impero romano-cristiano d’Oriente. E se storicamente quell’Impero è finito con la caduta di Costantinopoli nel 1453, l’idea di un governo ideale del popolo attraverso la sinfonia dei due poteri, temporale e spirituale, non è mai tramontata. In assenza del sovrano, è la stessa Chiesa che si pone come guida spirituale e temporale. Questo fa comprendere perché venga utilizzata l’aquila bicefala come simbolo dell’Ortodossia e anche perché si sia sviluppato un forte nazionalismo all’interno delle diverse Chiese ortodosse.

Come si è potuto notare, a volte si è utilizzato il singolare, a volte il plurale, per indicare questa “Chiesa”. Ciò è dovuto alla peculiare conformazione ecclesiologica che caratterizza l’Ortodossia. Ogni Chiesa locale, attorno al proprio vescovo, è Chiesa in senso pieno, ovvero manifestazione del Corpo di Cristo, reso evidente nella celebrazione dell’eucaristia. Questa identificazione di ciascuna Chiesa con il corpo di Cristo fonda l’unità tra le diverse Chiese locali: è un’unità nella comunione delle diverse Chiese. Ecco perché l’organizzazione della Chiesa ha sempre una struttura sinodale.

Nel corso della storia si sono creati dei “centri di primato”, ovvero alcune Chiese locali, per la loro autorevolezza, sono diventate punto di riferimento per le Chiese locali dello stesso territorio, pur rimanendo il fatto che il “primo vescovo” è un primus inter pares, ovvero non ha nessuna giurisdizione sulla vita di altre Chiese locali, né può prendere da solo una decisione rappresentativa di tutto il Sinodo che presiede. Dunque, l’autorità di un patriarca, o di un capo di una Chiesa, non è per nulla paragonabile a quella che nella Chiesa cattolica viene data al papa. Il patriarca agisce nel nome del Sinodo delle Chiese locali che rappresenta. Tutti i capi delle Chiese si considerano tra loro pari. Vi è un ordine onorifico dettato da motivazioni di natura storica.

Le Chiese ortodosse riconosciute universalmente “centri di primato” (autocefale) sono 14, nell’ordine: Patriarcato di Costantinopoli, P. di Alessandria, P. di Antiochia, P. di Gerusalemme, P. di Mosca, P. di Serbia, P. di Romania, P. di Bulgaria, P. di Georgia, Arcivescovado di Cipro, A. di Grecia, Metropolia di Varsavia, Arcivescovado di Albania, Chiesa di Cechia e Slovacchia.

L’impulso decisivo verso la riapertura del dialogo tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa fu dato da papa Paolo VI e dal patriarca di Costantinopoli Atenagora, i quali si incontrarono a Gerusalemme nel 1964 e siglarono la reciproca revoca delle scomuniche il 7 dicembre 1965. Da quel momento i rapporti si sono intensificati sino all’apertura del dialogo teologico nel 1980. Attualmente la riflessione verte sulle modalità di esercizio del primato petrino all’interno di una impostazione sinodale di Chiesa, mentre continua la cura delle relazioni fraterne.

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