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Le Chiese Patriarcali Cattoliche nel Medio Oriente

Intervento di P. Lorenzo Lorusso, Sottosegretario della Congregazione per le Chiese Orientali in occasione della Giornata di Santificazione Sacerdotale di venerdì 8 giugno 2018 presso l'Oasi S. Maria in Cassano delle Murge (BA)

Il Medio Oriente è una regione geografica che comprende i territori dell'Asia occidentale, europei (la porzione di Turchia a ovest dello stretto del Bosforo) e nordafricani (Egitto).

Nella definizione comune di Medio Oriente rientrano i seguenti Paesi: Arabia Saudita; Bahrein; Cipro; Emirati Arabi Uniti; Egitto; Giordania; Iraq; Iran; Israele; Kuwait; Libano; Oman; Palestina; Qatar; Siria; Turchia; Yemen.

Due principali categorie di divisioni si verificarono nella storia della Chiesa. “Le prime di esse avvennero in Oriente, sia per la contestazione delle formule dogmatiche dei concili di Efeso [431] e di Calcedonia [451], sia, più tardi, per la rottura della comunione ecclesiastica tra i patriarcati orientali e la sede romana (sec. XI). Le altre poi sono sorte, dopo più di quattro secoli, in Occidente, a causa di quegli eventi che comunemente passano sotto il nome di riforma” (UR 13). L’unione conclusa tra Roma ed alcune Chiese orientali al Concilio di Ferrara-Firenze (1438–1439) durò poco, tuttavia non fu inutile: servì da modello ispiratore alle trattative posteriori, che portarono all’unione di diverse eparchie orientali con Roma. Così, ad esempio: - l’Unione dei Caldei (agli inizi del 1553); - l’Unione di Brest (1595–1596), con la quale la gerarchia rutena (ucraino-bielorussa) della metropolia di Kiev ristabilì la comunione con la Chiesa di Roma (gli eredi diretti dell’Unione di Brest sono i greco-cattolici ucraini); - l’Unione di Užhorod (1646) dei Ruteni e degli Slovacchi nel Regno d’Ungheria; - l’Unione dei Siro-Malabaresi (a partire dal 1659); - l’Unione dei Romeni di Transilvania (1698); - l’Unione dei Melchiti del patriarcato di Antiochia (1724); - l’Unione degli Armeni del katholikosato di Cilicia (1742); - l’Unione dei Siri del patriarcato di Antiochia (1782); - l’Unione dei Copti (1741, ma specialmente a partire dal 1895); - l’Unione dei Siro-Malankaresi nel Kerala (1932). Ma non tutte le Chiese orientali cattoliche sono il risultato di separazione da altre Chiese ortodosse; è il caso delle Chiese maronita e italo-albanese, ragione per cui queste due Chiese rifiutano il termine “uniatismo” che è usato dagli ortodossi per designare le Chiese orientali cattoliche e che ha assunto una connotazione negativa. Perciò, si può dire che storicamente la maggior parte delle Chiese orientali cattoliche provengono da Chiese orientali ortodosse che in varie epoche hanno siglato la comunione ecclesiastica con Roma, mentre altre frazioni ecclesiali, quantitativamente più rilevanti, rimangono tuttora in stato di non comunione con Roma.

La Chiesa cattolica riconosce gli Orientali cattolici come propri figli: “Questo santo sinodo [Concilio Vaticano II], ringraziando Dio che molti figli orientali della Chiesa cattolica, i quali custodiscono questo patrimonio e desiderano viverlo con maggior purezza e pienezza, vivano già in piena comunione con i fratelli che seguono la tradizione occidentale, dichiara che tutto questo patrimonio spirituale e liturgico, disciplinare e teologico, nelle sue diverse tradizioni appartiene alla piena cattolicità e apostolicità della Chiesa” (UR 17). Si tratta, cioè, di quelle Chiese riconosciute espressamente o tacitamente in varie epoche dalla suprema autorità del vescovo di Roma. A queste Chiese in piena comunione con la Sede Apostolica fu dedicato il decreto del Concilio Vaticano II Orientalium Ecclesiarum del 21 novembre 1964, affinché “esse fioriscano e assolvano con nuovo vigore apostolico la missione loro affidata” (OE 1), nella prospettiva che “la Chiesa cattolica e le Chiese orientali separate convengano nella pienezza della comunione” (OE 30). Il decreto OE chiama le Chiese orientali cattoliche “Chiese particolari o Riti” e le situa nel corpo della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica: “La Chiesa santa e cattolica, che è il corpo mistico di Cristo, si compone di fedeli, che sono organicamente uniti nello Spirito Santo dalla stessa fede, dagli stessi sacramenti e dallo stesso governo e che unendosi in vari gruppi, congiunti dalla gerarchia, costituiscono le Chiese particolari o riti” (OE 2). Più esplicita è in merito la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium: “Per divina provvidenza poi è avvenuto che varie Chiese, fondate in vari luoghi dagli apostoli e dai loro successori, durante i secoli si siano costituite in molti gruppi organicamente uniti, i quali, salve restando l’unità della fede e l’unica costituzione divina della Chiesa universale, godono di una propria disciplina, di una propria consuetudine liturgica, di un patrimonio teologico e spirituale proprio. Alcune fra di esse, segnatamente le antiche Chiese patriarcali, come matrici della fede, ne hanno generate altre quali loro figlie, con cui restano fino ai nostri tempi legate da più stretto vincolo di carità nella vita sacramentale e nel mutuo rispetto di diritti e di doveri. Questa varietà di Chiese locali in concorde armonia dimostra con più evidenza la cattolicità della Chiesa indivisa” (LG 23d). Le Chiese orientali cattoliche, sebbene riconosciute o costituite dopo la rottura di comunione tra Oriente e Occidente, devono le loro origini, la loro fede e le loro tradizioni a quelle loro matrici. Un altro testo ugualmente importante in merito è LG 13c: “Nella comunione ecclesiale esistono legittimamente le Chiese particolari, che godono di tradizioni proprie, salvo restando il primato della cattedra di Pietro che presiede alla comunione universale della carità, garantisce le legittime varietà e insieme vigila perché il particolare non solo non nuoccia all’unità, ma anzi ne sia al servizio”. Il decreto OE 3 e 5 esplicita le suddette affermazioni: “Queste Chiese particolari, sia d’Oriente che d’Occidente, sebbene siano in parte tra loro differenti nei riguardi dei cosiddetti riti, cioè per liturgia, per disciplina ecclesiastica e patrimonio spirituale, tuttavia sono in egual modo affidate al pastorale governo del Romano Pontefice, il quale per volontà divina succede al beato Pietro nel primato sulla Chiesa universale. Esse quindi godono di pari dignità, così che nessuna di loro prevale sulle altre a motivo del rito, e inoltre godono degli stessi diritti e sono tenute agli stessi doveri, anche per quanto riguarda la predicazione del Vangelo in tutto il mondo, sotto la direzione del Romano Pontefice”. Di conseguenza, il decreto aggiunge che “il santo sinodo [...] dichiara solennemente che le Chiese d’Oriente come anche d’Occidente hanno il diritto e il dovere di reggersi secondo le proprie discipline particolari, poiché si raccomandano per veneranda antichità, sono più corrispondenti ai costumi dei loro fedeli e sono ritenute più adatte a provvedere al bene delle anime”. “Il diritto e dovere di reggersi secondo le proprie discipline particolari” comporta una propria superiore autorità e autonomia interna, ossia una potestà legislativa, amministrativa e giudiziale, salva restando l’autorità suprema su di esse del Romano Pontefice e del Concilio ecumenico, e di conseguenza il diritto di avere la propria normativa canonica.

Ciò significa che la Ecclesia universa è composta dalla comunione delle varie Chiese d’Oriente e d’Occidente, soprattutto di quelle matrici della fede fondate dagli Apostoli e dai loro successori, le quali si reggono secondo la propria normativa, salvo restando il principio che alla comunione universale delle Chiese presiede per volontà divina il vescovo di Roma, successore di Pietro.

Il Concilio Vaticano II conferma l’istituzione patriarcale che vige nella Chiesa da tempi antichissimi, già riconosciuta dai primi concili ecumenici (LG 23; OE 7; CCEO, can. 55). Quanto al patriarca, il Concilio lo descrive come “un vescovo, cui compete la giurisdizione su tutti i vescovi, non esclusi i metropoliti, il clero e il popolo del proprio territorio o rito, a norma del diritto e salvo restando il primato del Romano Pontefice” (OE 7); egli “presiede al suo patriarcato come padre e capo” (OE 9). È ovvio che la potestà patriarcale si esercita senza pregiudizio della potestà del Romano Pontefice, capo della Chiesa universale. Proprio a causa di questa loro potestà di padre e capo, “secondo un’antichissima tradizione della Chiesa è riservato uno speciale onore ai patriarchi delle Chiese orientali” (OE 9; CCEO, can. 55). “Perciò questo santo Concilio stabilisce che siano ripristinati i loro diritti e i loro privilegi, secondo le antiche tradizioni di ogni Chiesa e i decreti dei concili ecumenici. Questi diritti e privilegi sono quelli che vigevano al tempo dell’unione dell’Oriente e dell’Occidente, anche se devono essere alquanto adattati alle odierne condizioni” (OE 9). C’è piena uguaglianza tra i patriarchi per ragione della dignità patriarcale, sebbene gli uni siano storicamente posteriori agli altri, e salva restando tra loro la precedenza di onore legittimamente stabilita (OE 8). L’ordine di precedenza tra le antiche Sedi patriarcali delle Chiese orientali è che in primo luogo viene la Sede Costantinopolitana, dopo di essa quella Alessandrina, poi l’Antiochena e quindi quella Gerosolimitana. La precedenza tra tutti gli altri patriarchi delle Chiese orientali è ordinata secondo l’antichità della Sede patriarcale. Tra i patriarchi delle Chiese orientali che hanno un unico e stesso titolo, ma che presiedono a diverse Chiese patriarcali, ha la precedenza colui che è stato promosso prima alla dignità patriarcale”. L’istituzione patriarcale è inseparabile dall’istituzione sinodale. Infatti, la costituzione apostolica Sacri Canones, con la quale il Romano Pontefice ha promulgato il CCEO (18 ottobre 1990) dichiara che “nelle Chiese patriarcali, i patriarchi e i Sinodi sono partecipi, per diritto canonico, della suprema autorità della Chiesa”. Esplicitando il decreto OE 9 stabilisce che “I patriarchi coi loro sinodi costituiscono la superiore istanza per qualsiasi pratica del patriarcato, non escluso il diritto di costituire nuove eparchie e di nominare vescovi del loro rito entro i confini del territorio patriarcale, salvo restando l’inalienabile diritto del Romano Pontefice di intervenire nei singoli casi (in singulis casibus interveniendi)”. Ciò significa che, di regola, la potestà dei patriarchi e dei Sinodi si esercita validamente soltanto entro i confini del territorio della Chiesa patriarcale (cfr CCEO, cann. 78 § 2 e 147). Al Sinodo dei vescovi della Chiesa patriarcale, convocato e presieduto dal patriarca, partecipano tutti e soli i vescovi ordinati della stessa Chiesa ovunque costituiti (cfr CCEO, cann. 102, § 1 e 103). Infatti, il Concilio stabilisce che “dovunque si costituisce un gerarca di qualche rito fuori dei confini del territorio patriarcale, a norma del diritto esso rimane aggregato alla gerarchia del patriarcato dello stesso rito” (OE 9). Al patriarca compete la potestà amministrativa, mentre compete esclusivamente al Sinodo dei vescovi della Chiesa patriarcale la potestà legislativa per l’intera Chiesa patriarcale e la potestà giudiziaria. Inoltre compete al Sinodo dei vescovi della Chiesa patriarcale l’elezione del patriarca e dei vescovi (cfr CCEO, can. 110). L’elezione canonica del patriarca da parte del Sinodo non necessita della conferma del Romano Pontefice, ma il patriarca, canonicamente eletto, chiede al Romano Pontefice la comunione ecclesiastica (CCEO, can. 76, § 2).

Il Patriarca è un Vescovo che ha potestà ad normam iuris su tutta una determinata Chiesa patriarcale. Questa potestà non è da intendersi in senso assoluto, arbitrario e incondizionato, in quanto bisogna tenere conto anche della potestà del Vescovo eparchiale e del Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale. Il Patriarca presiede come primus inter pares. È una partecipazione iure canonico all’autorità suprema della Chiesa, non la concessione di un privilegio, ma il riconoscimento di un’antica tradizione che si esprime fondamentalmente in una prospettiva di comunione ecclesiastica. Questa potestà si esercita a norma del diritto approvato dalla suprema autorità della Chiesa.

         Il Sinodo permanente è composto dal Patriarca e da quattro Vescovi per un quinquennio. Uno è nominato dal Patriarca e tre sono eletti dal Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale; almeno due devono essere Vescovi eparchiali. Il Sinodo permanente ha potestà esecutiva.

 

I La tradizione alessandrina

Si distingue in due rami: egiziana ed etiopica. Il rito alessandrino fu l’unico usato in Egitto fino al sec. XIII, quando i greco-ortodossi adottarono il rito bizantino. L’arabo è la lingua dei copti ortodossi e cattolici, usato nella liturgia accanto al copto. In Etiopia la liturgia alessandrina ha subìto profonde modifiche: accanto al ghe’ez, lingua classica tuttora in uso, vengono utilizzate anche le principali lingue semitiche moderne, l’amarico e il tigrino.

 

Chiesa cattolica copta

La Chiesa copta (cioè “egiziana”) si sviluppò tra i secc. II e IV e si diffuse in Egitto e in Etiopia. La disputa cristologica del sec. V determinò, alla metà del secolo successivo, la distinzione di due patriarcati in Alessandria: uno – greco ortodosso – rappresentava la minoranza dei fedeli di lingua greca che accettarono i decreti del Concilio di Calcedonia e rimasero fedeli agli imperatori bizantini, l’altro – copto ortodosso – fu voluto dagli anti-calcedonesi che, fondandosi sull’eredità teologica di san Cirillo di Alessandria, diedero origine alla maggioritaria Chiesa copta ortodossa. Dopo la conquista araba (642) l’Egitto cristiano divenne in prevalenza islamico. Il patriarcato copto ortodosso rappresenta la comunità cristiana più numerosa del Medio Oriente, con circa 9 milioni di fedeli in Egitto e in diaspora (in tutti i continenti). Il terzo dei patriarcati di Alessandria, quello copto cattolico, fu istituito soltanto nel 1824 e ristabilito da Leone XIII nel 1895. La comunità copta cattolica, formatasi a partire dal sec. XVII grazie all’azione missionaria di Francescani e Gesuiti, conta circa 187.000 fedeli distribuiti in 7 eparchie, tutte in Egitto. Il patriarca risiede al Cairo. I Copti ortodossi e cattolici in Egitto sono circa il 10% della popolazione; come molti altri cristiani in Medio Oriente, sono spesso vittime di discriminazioni (o addirittura persecuzioni) sociali, politiche e religiose.

Il Patriarca di Alessandria dei Copti è Sua Beatitudine Ibrahim Isaac Sidrak. Eletto Vescovo di Minya il 5 ottobre 2002, è stato consacrato il 15 novembre successivo. Il 18 gennaio 2013 è stato eletto Patriarca dal Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale.

 

II La tradizione antiochena (o siro-occidentale)

Il rito antiocheno si sviluppò nel Vicino e Medio Oriente. Fino al sec. X fu il rito comune sia alle Chiese calcedonesi (ortodosse) sia alle Chiese pre-calcedonesi. Successivamente, tra i secc. X e XI, le Chiese greco-ortodosse adottarono il rito bizantino, e il rito antiocheno divenne esclusivo delle Chiese maronita, sira ortodossa e sira cattolica. Il siriaco è la lingua comune della liturgia, ma anche l’arabo è entrato nell’uso. Questo rito si diffuse in India nel sec. XVII, quando la Chiesa siro-ortodossa malankarese aderì alla comunione con la Chiesa sira ortodossa. Qui, accanto al siriaco, la lingua usata nelle celebrazioni liturgiche è il malayalam, una delle diciotto lingue dell’India.

 

Chiesa cattolica sira

La Chiesa cristiana in Siria fu divisa dalla disputa cristologica del sec. V. La conquista araba (sec. VII), che pone fine al governo bizantino nella regione, crea condizioni favorevoli per lo sviluppo della Chiesa sira ortodossa che, nel periodo di massimo sviluppo (secc. XII-XIII), si estende ad oriente fino all’Afghanistan. Colpita duramente dall’invasione mongola nel sec. XIV, questa Chiesa inizia un lungo declino che culmina tragicamente nei massacri perpetrati dai Turchi contro i cristiani siri e armeni durante la I guerra mondiale. La conseguente diaspora porta molti Siri in Europa occidentale e in America, mentre in Medio Oriente la roccaforte della Chiesa sira ortodossa è costituita dalla tradizione monastica. I tentativi fatti da Roma per giungere ad una riunione ebbero un successo solo nel 1662, quando fu eletto il primo patriarca pro-cattolico Andrea Akhidjan e ancor più quando l’arcivescovo di Aleppo Michele Jarweh, divenuto patriarca nel 1782, aderì all’unione. La residenza del patriarca cattolico di Antiochia dei Siri è a Beirut. La Chiesa siro-cattolica conta oggi circa 195.000 fedeli che vivono in Siria, in Libano, in Iraq, ma anche in Palestina e in Giordania, in Turchia, in Egitto, negli Stati Uniti d’America, in Canada e in Venezuela. Le circoscrizioni ecclesiastiche sono 14.

Il Patriarca di Antiochia dei Siri cattolici è Sua Beatitudine Ignace Youssif III Younan. Il 18 novembre 1995 è stato nominato Vescovo della nuova eparchia sira Our Lady of Deliverance of Newark per i fedeli siro-cattolici di USA e Canada. Il 20 gennaio 2009, nel Sinodo straordinario tenutosi a Roma, è stato canonicamente eletto Patriarca della Chiesa Siro-cattolica di Antiochia. Il 23 gennaio 2009 il Santo Padre Benedetto XVI gli ha concesso la “ecclesiastica communio”.

 

Chiesa siro-maronita

I seguaci di san Marone, un monaco eremita del sec. IV, costituirono il primo nucleo di una comunità maronita che si stabilì in un monastero tra Antiochia e Aleppo. Fin dall’inizio tale comunità, pur facendo parte del patriarcato di Antiochia, sviluppò tradizioni proprie e difese la cristologia calcedonese. Dal 750 circa, dopo la conquista islamica, i monaci maroniti iniziarono a sviluppare una propria identità di Chiesa e a scegliere i loro patriarchi, con il titolo di Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente. Si spostarono nelle regioni montuose del Libano e cercarono di ottenere una certa indipendenza politica ed ecclesiastica sotto la sovranità islamica. Alla fine del sec. XII stabilirono un’alleanza con i crociati e rafforzarono i loro legami con Roma, con cui la Chiesa maronita ritiene di aver sempre mantenuto l’unità: è l’unica Chiesa orientale cattolica che non nasce dal distacco da una Chiesa ortodossa. Nel sec. XVI ebbe inizio un lungo periodo di dominazione ottomana. Seguì la dominazione francese che ebbe fine nel 1944 quando il Libano ottenne l’indipendenza. Oggi i fedeli maroniti (3.500.000) vivono principalmente nel Libano (10 eparchie), ma anche a Cipro, in Giordania, in Israele, in Palestina, in Siria, in Egitto (5 eparchie e 2 esarcati). Per i fedeli maroniti emigrati oltremare, o fuggiti in Occidente a causa della guerra civile in Libano nel 1975, sono state erette 8 eparchie e 2 esarcati apostolici, rispettivamente in Nigeria, in Canada, negli Stati Uniti d’America, in Messico, in Colombia, in Argentina, in Brasile, in Francia e in Australia. La residenza del patriarca di Antiochia dei Maroniti è a Bkerké (Libano).

Il Patriarca di Antiochia dei Maroniti è Sua Beatitudine Béchara Boutros Raï, O.M.M. Il 2 maggio 1986 il Sinodo Patriarcale Maronita lo ha eletto Vicario Patriarcale con sede titolare di Cesarea di Filippo. È stato consacrato vescovo il 12 luglio 1986. Il 9 giugno 1990 è stato trasferito all’Eparchia di Jbeil (Byblos), di nuova erezione. Il 15 marzo 2011 è stato eletto 77° Patriarca di Antiochia dei Maroniti nel Sinodo straordinario elettivo, riunitosi dal 9 al 15 marzo nella sede patriarcale di Bkerké (Libano).

 

III La tradizione armena

Il rito armeno si è costituito in Armenia da matrice antiochena, con influssi bizantini e una componente originale autoctona. Adottano questo rito la Chiesa armena apostolica e la Chiesa armena cattolica. Il grabar, l’armeno classico del sec. IV, è tuttora la lingua ecclesiastica e liturgica dei cristiani armeni.

 

Chiesa cattolica armena

La Chiesa armena fa risalire le proprie origini agli apostoli Taddeo e Bartolomeo. Gli Armeni abbracciarono la fede cristiana all’inizio del sec. IV in seguito all’opera missionaria di san Gregorio l’Illuminatore. La posizione della Chiesa armena sulla questione calcedonese la isolò non solo da Roma, ma anche dal patriarcato di Costantinopoli e dalla Georgia. Dopo il trasferimento della sede del catholicos in Cilicia (sec. XII), la Chiesa armena sviluppò i contatti con l’Occidente. Le tendenze favorevoli alla comunione con Roma, pur nell’integrità della propria tradizione, trovarono nel monaco Mechitar di Sebaste (1676-1749) un precursore del moderno ecumenismo. Nel 1742 papa Benedetto XIV istituì il patriarcato cattolico armeno consacrando patriarca Abramo Pietro I che si stabilì a Bzommar (Libano). Dopo il genocidio di un milione e mezzo di armeni (1915-1916), i superstiti si sono dispersi nell’intero Medio Oriente, nell’Europa orientale e in America. Beirut è la sede del patriarca armeno cattolico di Cilicia, il quale ha giurisdizione su circa 700.000 fedeli nelle circoscrizioni ecclesiastiche erette in Egitto, in Libano, in Iran, in Iraq, in Siria, in Turchia, in Giordania e Palestina, e in Francia. Le regioni in cui vive la maggioranza dei cattolici armeni – Caucaso ed Europa orientale – compongono invece l’ordinariato di Gyumri (Armenia) che dipende direttamente dalla Sede Apostolica; altre comunità sono oltreoceano in Canada, Stati Uniti d’America, Messico e Argentina.

Il Catholicos Patriarca di Cilicia degli Armeni Cattolici è Sua Beatitudine Gregorio Pietro XX Ghabroyan. Nominato Esarca apostolico per i fedeli armeni residenti in Francia il 3 gennaio 1977, è stato eletto alla Chiesa titolare di Amida degli Armeni il 3 gennaio 1977 e consacrato Vescovo il 13 febbraio 1977. Trasferito all’Eparchia di Sainte-Croix-de-Paris degli Armeni il 30 giugno 1986, è stato nominato Visitatore apostolico per i fedeli Armeni dell’Europa Occidentale sprovvisti di Ordinario proprio il 15 ottobre 1988. Eletto Patriarca il 14 luglio 2015, Papa Francesco gli ha concesso la “ecclesiastica communio” il 25 luglio 2015. Risiede presso il Monastero di Nostra Signora di Bzommar (Libano).

 

IV La tradizione caldea (o siro-orientale)

Si sviluppò tra le Chiese dell’impero persiano dei Sassanidi e in epoca medievale si diffuse fino in Asia centrale, in India e in Cina. Oggi il rito caldeo è proprio della Chiesa assira d’Oriente e della Chiesa cattolica caldea che hanno conservato nella liturgia l’uso esclusivo del siriaco, ad eccezione di alcune parti in arabo. Tale rito è stato adottato in India dalla Chiesa cattolica siro-malabarese che celebra la liturgia in lingua malayalam.

 

Chiesa cattolica caldea

Nel 1553 papa Giulio III proclamò l’abate Yuhannan Sulaqa patriarca dei Caldei, ratificando l’elezione da parte di un gruppo di vescovi che si era opposto alla nomina per successione ereditaria del patriarca della Chiesa d’Oriente e che aveva chiesto al contempo l’unione con la Chiesa di Roma. Da allora la maggior parte dei Caldei ha mantenuto il legame con Roma e le loro comunità sono cresciute fino ad affermarsi come maggioritarie in Mesopotamia. I cristiani assiri, come i caldei cattolici, sono stati vittime di terribili eccidi e deportazioni durante la I guerra mondiale. Oggi nel Vicino e Medio Oriente vivono poco più di 300.000 cattolici caldei (circa la metà del totale) i quali però, soprattutto in Iraq e in Siria, sono in sensibile diminuzione. La Chiesa, guidata dal patriarca di Babilonia dei Caldei, che risiede a Baghdad, è suddivisa in 8 circoscrizioni ecclesiastiche sul territorio iracheno; altre comunità si trovano in Iran, in Libano, in Siria, in Turchia. I numerosi caldei in diaspora – migliaia sono fuggiti dalla regione nell’ultimo decennio a causa della guerra e dell’instabilità politica – vivono negli Stati Uniti d’America e in Australia.

Il Patriarca di Babilonia dei Caldei è Sua Beatitudine Louis Raphaël Sako. Eletto Arcivescovo di Kerkūk il 27 settembre 2003. Ha ricevuto l’ordinazione episcopale il 14 novembre successivo. Il 31 gennaio 2013, nel corso del Sinodo convocato a Roma da Papa Benedetto XVI, è stato eletto Patriarca, ricevendo dal medesimo Sommo Pontefice la “ecclesiastica communio” il 1° febbraio; essa è stata significata pubblicamente con la Celebrazione Eucaristica nella Basilica Vaticana il 4 febbraio. Domenica 20 maggio 2018 nel corso del “Regina Coeli”, il Santo Padre Francesco ha annunciato un Concistoro, il 29 giugno 2018, per la creazione di nuovi Cardinali, tra i quali S.B. Sako.

 

V La tradizione bizantina (o costantinopolitana)

Il rito bizantino, in origine soltanto in lingua greca, si è sviluppato a Costantinopoli sulla base della tradizione antiochena e alessandrina. In Medio Oriente è il rito proprio delle Chiese ortodosse che riconobbero la dottrina cristologica di Calcedonia. I patriarcati greco-ortodossi di Antiochia, di Alessandria e di Gerusalemme e la Chiesa cattolica melchita utilizzano come lingua liturgica prevalentemente l’arabo, in misura minore il greco, il cui uso è invece esclusivo nel patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Nell’Europa centrale e orientale e in Russia, dove tale rito si è diffuso successivamente, la liturgia delle Chiese ortodosse è cantata in paleoslavo (slavo ecclesiastico), le Chiese greco-cattoliche celebrano invece prevalentemente nelle lingue slave nazionali moderne.

 

Chiesa cattolica greco-melchita

I cristiani Melchiti (cioè “imperiali”) accolsero le definizioni dottrinali del Concilio di Calcedonia. Appartenevano ai tre patriarcati di Antiochia, di Alessandria e di Gerusalemme e seguirono la Chiesa di Costantinopoli al momento dello scisma dalla Chiesa latina (sec. XI). Durante il periodo ottomano la Chiesa melchita si sdoppia in ortodossa e cattolica: nel 1729, in seguito ad una duplice elezione al patriarcato greco-ortodosso di Antiochia, papa Benedetto XIII riconobbe patriarca Cirillo VI Tanas. Una parte delle comunità melchite dei tre patriarcati ristabilì così la piena comunione ecclesiale con il risultato che oggi circa 1.570.000 fedeli sono cattolici. Il patriarca di Antiochia dei cattolici Greco-Melchiti, che ha le residenze a Damasco e al Cairo, amministra tramite i vicari patriarcali le comunità presenti nei patriarcati di Antiochia, di Alessandria e di Gerusalemme. La sua giurisdizione si estende su Siria, Libano, Giordania, Palestina, Iraq e Kuwait. Circa 850.000 cattolici melchiti vivono fuori del territorio patriarcale, la maggior parte in Brasile, in Argentina e in Venezuela, ma anche in Canada, negli Stati Uniti d’America, in Messico e in Australia.

Il Patriarca di Antiochia dei Greco-Melkiti cattolici è Sua Beatitudine Youssef Absi. Dal 15 luglio 2001 è Arcivescovo titolare di Tarso dei Greco-Melkiti, presso la Curia Patriarcale di Damasco. Il 22 giugno 2017, resa pubblica la sua elezione a Patriarca da parte del Sinodo dei Vescovi, il Santo Padre Francesco gli ha concesso la “ecclesiastica communio”.

P. Lorenzo Lorusso OP

Sottosegretario della Congregazione per le Chiese Orientali

 

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