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Presentazione dell’Incontro del Santo Padre Francesco con i Capi delle Chiese e delle Comunità cristiane del Medio Oriente

Conferenza Stampa di martedì 3 luglio 2018, presso la Sala Stampa della Santa Sede per la presentazione dell’Incontro del Santo Padre Francesco con i Capi delle Chiese e delle Comunità cristiane del Medio Oriente: «Su di te sia pace! Cristiani insieme per il Medio Oriente», Bari, 7 luglio 2018

Il Medio Oriente è la terra di origine del cristianesimo. Occupa per questo motivo un posto unico nel movimento per l'unità dei cristiani. Il Movimento ecumenico è da sempre convinto che, approfondendo le loro radici comuni, i cristiani possono trovare percorsi di unità.

Non è quindi un caso che l'evento che ha segnato l'inizio del "dialogo di carità" tra cattolici e ortodossi abbia avuto luogo a Gerusalemme. Mi riferisco al pellegrinaggio che il Beato Paolo VI e il Patriarca Atenagora fecero insieme il 6 gennaio 1964. Nella terra dove Cristo fondò la sua Chiesa e versò il suo sangue per essa, i due Primati si scambiarono il bacio della pace, ascoltarono la lettura del capitolo XVII del Vangelo di San Giovanni e recitarono insieme la Preghiera Domenicale, impegnandosi insieme e in modo irreversibile sulla via dell'unità.

Il Medio Oriente, terra delle origini, è anche una delle regioni del mondo in cui la situazione dei cristiani è più precaria. A causa di guerre e di persecuzioni, molte famiglie abbandonano la loro patria storica alla ricerca di sicurezza e un di futuro migliore. La percentuale dei cristiani nel Medio Oriente è diminuita drasticamente nell’arco di un secolo: mentre rappresentavano il 20% della popolazione del Medio Oriente prima della prima guerra mondiale, ora sono solo il 4%.

Regione martirizzata, il Medio Oriente è anche un luogo dove le relazioni ecumeniche sono più forti e promettenti, in particolare tra ortodossi e cattolici. Vorrei menzionare tre dimensioni principali: l'ecumenismo della vita, l'ecumenismo della santità e l'ecumenismo del sangue.

La situazione di minoranza in cui si trovano i cristiani in Medio Oriente è un impellente motivo per riunirsi in quello che potrebbe essere definito un “ecumenismo della vita”. Nella sua Lettera ai cristiani in Medio Oriente, Papa Francesco si è rallegrato dell'ecumenismo concreto vissuto dai cristiani in Medio Oriente: "In mezzo alle inimicizie e ai conflitti, la comunione vissuta tra di voi in fraternità e semplicità è segno del Regno di Dio" (21 dicembre 2014). Questo ecumenismo della vita è stato talvolta tradotto in accordi pastorali che prevedono, in caso di necessità, l'accesso ai sacramenti di altre Chiese da parte dei fedeli – ad esempio tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa siriana (1984) e tra la Chiesa caldea e la Chiesa assira dell'Oriente (2001). I cristiani in Medio Oriente mostrano la via dell'unità ai loro fratelli occidentali.

Il difficile contesto in cui si trovano i cristiani trasforma rapidamente l'ecumenismo della vita in un "ecumenismo di santità". Il decreto conciliare Unitatis redintegratio sottolinea che la santità della vita è la migliore garanzia dell'unità cristiana: più i cristiani si avvicinano a Dio, più si avvicinano l'un l'altro (UR7). È ovvio che la difficile situazione dei cristiani del Medio Oriente è per loro una chiamata alla santità e quindi un pegno di unità. Nella sua stessa Lettera ai cristiani in Medio Oriente, il Santo Padre ha sottolineato questo appello ecumenico alla santità per i cristiani in tutte le Chiese del Medio Oriente: “La situazione in cui vivete è un forte appello alla santità della vita, come hanno attestato santi e martiri di ogni appartenenza ecclesiale”.

Quando le difficoltà diventano sofferenza, questo ecumenismo di santità diventa ecumenismo del sangue. Sin dall'inizio del suo pontificato, Papa Francesco ha fatto di questo argomento uno dei suoi principali temi ecumenici. Tra le diverse affermazioni, ricordo le sue parole pronunciate al Santo Sepolcro di Gerusalemme: "Quando i cristiani di varie denominazioni si trovano a soffrire insieme, uno accanto all’altro, e ad aiutarsi l’un l’altro con carità fraterna, si realizza un ecumenismo della sofferenza, l’ecumenismo del sangue (…). Quelli che per odio della fede uccidono e perseguitano i cristiani, non chiedono loro se sono ortodossi o cattolici, sono cristiani. Il sangue cristiano è lo stesso” (25 maggio 2014).

La situazione in cui si trovano a vivere i cristiani in Medio Oriente è un incentivo ecumenico non solo per loro, ma anche per i cristiani di tutto il mondo. Così, le varie dichiarazioni congiunte firmate dal Papa e da altri Capi di Chiesa hanno spesso avuto come fulcro la comune preoccupazione per i cristiani in Medio Oriente, come ad esempio le dichiarazioni congiunte con il Patriarca Bartolomeo a Gerusalemme (25 maggio 2014) e a Istanbul (30 novembre 2014), con il Patriarca armeno Karekin a Echmiadzin (26 giugno 2016), con Papa Tawadros al Cairo (28 Aprile 2017), con il Patriarca Kirill a l'Avana (12 febbraio 2016). La difficile situazione dei cristiani in Medio Oriente promuove così il riavvicinamento ecumenico a livello universale. Anche in questo senso, le sofferenze di questi fratelli e sorelle nella fede non saranno state vane.

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Dopo queste osservazioni di natura ecumenica, vorrei per finire ricordare alcuni principi della Chiesa cattolica per quanto riguarda i cristiani in Medio Oriente.

La prima di queste convinzioni, molto semplice, è la seguente: i cristiani rimarranno nella regione solo se la pace sarà ristabilita. Ecco perché, dall'inizio della crisi, la Chiesa cattolica ha instancabilmente chiesto il ripristino della pace, soprattutto attraverso la ricerca di una soluzione politica. Questa chiamata ha preso anche la forma della preghiera e del digiuno. In particolare, vorrei ricordare l'organizzazione in tutta la Chiesa cattolica, dietro iniziativa di Papa Francesco, di una giornata di preghiera e digiuno per la pace in Siria e in Medio Oriente, il 7 settembre 2013.

Un secondo principio è che non è possibile immaginare un Medio Oriente senza cristiani: questo non solo per ragioni religiose, ma anche per ragioni politiche e sociali, perché i cristiani sono un elemento essenziale di equilibrio della regione. Come ha osservato Papa Benedetto XVI nella sua Esortazione apostolica sul Medio Oriente: “Un Medio Oriente senza o con pochi cristiani non è più il Medio Oriente, giacché i cristiani partecipano con gli altri credenti all’identità così particolare della regione” (31).

Un terzo principio è la necessità di proteggere i diritti di ogni persona e di ogni minoranza. Il primato del diritto, compreso il rispetto per la libertà religiosa e l'uguaglianza davanti alla legge, basato sul principio di cittadinanza a prescindere dall'origine etnica o dalla religione, è stato ripetutamente sottolineato dalla Chiesa cattolica come principio fondamentale per la realizzazione e per il mantenimento di una coesistenza pacifica e fruttuosa tra le varie comunità in Medio Oriente. Il Segretario di Stato della Santa Sede, il Cardinale Pietro Parolin, ha ricordato con incisività: “I cristiani non vogliono essere una ‘minoranza protetta’ e benevolmente tollerata. Essi vogliono essere cittadini i cui diritti sono difesi e garantiti assieme a tutti gli altri cittadini” (Return to the roots. Conference on the Nineveh Reconstruction Hel, 27 settembre 2017, Roma)

Una quarta convinzione fondamentale è l'urgente necessità di proseguire il dialogo interreligioso, sul quale Papa Francesco insiste particolarmente nella sua Lettera ai cristiani in Medio Oriente: “Il dialogo interreligioso è tanto più necessario quanto più difficile è la situazione. Non c’è un’altra strada. Il dialogo basato su un atteggiamento di apertura, nella verità e nell’amore, è anche il migliore antidoto alla tentazione del fondamentalismo religioso, che è una minaccia per i credenti di tutte le religioni”.

Su queste poche convinzioni, e su molte altre, speriamo di poter riflettere e pregare durante l'incontro di Bari.

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