Vegliare è un esercizio faticoso, perché in esso occorre impegnare la mente e il corpo, ma è un esercizio generato e sostenuto da una speranza salda: c’è qualcuno che giunge, qualcuno che è alla porta. Il Signore Gesù, amato, invocato, ardentemente desiderato, sta per venire.
Nell’ultimo giorno tutti saremo giudicati sull’amore, e non ci sarà chiesto se non di rendere conto del servizio amoroso che avremo praticato quotidianamente verso i fratelli e le sorelle, “sacramento di Cristo”, soprattutto verso i più bisognosi. Il giudizio svelerà la verità profonda della nostra vita quotidiana, il nostro vivere o meno l’amore qui e ora.
Questa parabola non è un’esaltazione dell’efficienza (tanto meno di quella economica o finanziaria), non è un inno alla meritocrazia, ma è una vera e propria contestazione verso la comunità cristiana che sovente è tiepida, senza iniziativa, contenta di quello che opera, paurosa di fronte al cambiamento richiesto da nuove sfide o dalle mutate condizioni culturali della società.
"Parrocchia" significa letteralmente "gruppo dei pellegrini" che si attenda presso le case di un centro abitato. Ecco il sogno rappresentato dal segno liturgico della chiesa-tempio: realizzare una parrocchia-tenda che si arrotola di tappa in tappa, dietro Cristo-Pietra che cammina.
Noi oggi contempliamo questo mistero: i morti per Cristo, con Cristo e in Cristo sono con lui viventi e, poiché noi siamo membra del corpo di Cristo ed essi membra gloriose del corpo glorioso del Signore, noi siamo in comunione gli uni con gli altri, chiesa pellegrinante con chiesa celeste, insieme formanti l’unico e totale corpo del Signore.
Dio va amato amando gli altri come lui li ama. L’amore per gli altri è ciò che rende vero il nostro amore per Dio, è l’unico luogo rivelativo, l’unico segno oggettivo che noi siamo discepoli di Gesù, e dunque amiamo Gesù e amiamo Dio.
Il cristiano, obbediente alle leggi dello stato, deve tuttavia riconoscere sempre “ciò che è di Dio”. Ed è di Dio la persona umana, perché l’uomo, non Cesare, è l’effigie, l’immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), dunque è ciò che occorre rendere a Dio.
Tutti, buoni e cattivi, sono invitati al banchetto nuziale del Figlio di Dio con l’umanità. Ognuno riceve un abito di festa donato gratuitamente, che indica l’aver risposto liberamente “sì” all’invito del Re: un abito da accogliere e indossare, che non va meritato né comprato.
Il padrone non si stanca di mandare i suoi servi, insiste, bussa alla porta e arriva fino al dono del Figlio. È una storia di amore e di libertà.
Il brano evangelico ci suggerisce un metodo molto semplice per far verità e capire a che punto siamo: si tratta di andare oltre le parole che pronunciamo e di leggere la nostra vita per vedere se essa sia, nella concretezza dei fatti, un sì o un no di fronte alle esigenze della vita cristiana.