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«Oggi nel consacrare questa chiesa rinnoviamo la nostra consacrazione battesimale»

Omelia di S.E. Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Bari-Bitonto per la Celebrazione Eucaristica nella consacrazione e dedicazione della nuova parrocchia "S. Vincenzo Ferrer" in Casamassima. Lunedì 8 febbraio 2021

Care sorelle e cari fratelli,

         ci ritroviamo in questa nuova chiesa al termine di un lungo periodo di lavori. Grazie alla buona volontà di tanti si è riusciti a dare vita a questo edificio che oggi dedichiamo al Signore come chiesa, spazio sacro in cui l’umano e il divino desiderano incontrarsi. Una casa che ci riunisce come famiglia di Dio e vuole essere, in mezzo alle nostre case, segno visibile del Dio invisibile.

         Le tre letture ci hanno introdotto nel mistero di grazia che stiamo vivendo.

         La prima, tratta dal libro del profeta Neemia, presenta il quadro grandioso e solenne dell’avvenimento costitutivo della comunità giudaica: la promulgazione della legge.

Siamo all’indomani dell’esilio di Babilonia e il popolo d’Israele ha fatto ritorno nella terra natia. Esdra si va adoperando per ridare unità nazionale al suo popolo, frantumato dal tempo della deportazione; Esdra e i leviti leggono alcune parti della legge. È il giorno della nascita del giudaismo. L’assemblea del popolo ascolta in piedi la proclamazione della legge; il popolo viene direttamente interpellato e posto di fronte alle sue responsabilità e ai suoi doveri nei confronti di Dio, quale comunità dell’alleanza.

         Nella liturgia della Chiesa questo testo biblico pone l’atto di nascita della comunità del popolo eletto dopo l’esilio. Allo stesso modo, nella presente celebrazione, l’ascolto della parola di Dio e l’adesione ad essa, nella fede, crea e consolida la comunità dei credenti in Cristo. La Chiesa, attorno alla Parola di Dio, viene costituita in assemblea liturgica cultuale. L’evento raccontato nella lettura è anticipazione della costituzione della Chiesa viva.

         Anche il salmo responsoriale mette in risalto quanto sia importante l’ascolto della Parola nella fondazione dell’ecclesìa. “Le tue parole sono Spirito e vita”, ci ha fatto ripetere il ritornello, conducendoci alla comprensione di questo dato fondativo del nostro essere Chiesa; l’ascolto della Parola di Dio rinfranca l’anima e apre alla vita.

         Paolo, nella seconda lettura, ci conduce alla comprensione di un altro dato imprescindibile, senza il quale corriamo il pericolo di non essere Chiesa. Nel rispondere a quanti dicevano "Io sono di Paolo" "Io invece sono di Apollo", dividendo la comunità in tante fazioni, l’Apostolo ricorda che i vari predicatori del Vangelo sono come i diversi operai che collaborano alla costruzione di una casa. Ognuno fa la sua parte, ma tutti devono costruire sull'unico fondamento che è Cristo.

Fratelli, voi siete edificio di Dio” 1 Cor 3,9c.

Così esordisce il brano, mettendo in luce che la comunità è un edificio, una costruzione che appartiene a Dio, in cui ogni attore vive il suo riferimento intimo a Cristo, che ne è il fondamento.

Questa sottolineatura mette al riparo da ogni forma di autoreferenzialità, pietra d’inciampo in un autentico cammino ecclesiale.

Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi” 1Cor 3,17.

Il brano si conclude con questo ammonimento che, questa sera, riverbera su di noi: non ci sia pastore o fedele che si permetta di distruggere il tempio, costruendolo in modo sconveniente in nome del proprio prestigio personale, del proprio orgoglio.

         Egli riceverà la ricompensa che merita, poiché Dio è molto geloso della sua opera ed è sua sollecitudine, avere cura della comunità che ha aderito a Lui nella fede.

         Parole chiare, quelle ascoltate, che ci conducono all’essenza dell’essere comunità ecclesiale, tempio vivente di pietre vive, edificato sul fondamento che è Cristo.

         Il Vangelo di Giovanni, infine, ci porta a comprendere il cuore di questa celebrazione. Attraverso il dialogo con la Samaritana, Gesù lascia intravedere quale sogno lo abita nei confronti della Chiesa e della sua identità. La Sua non è una definizione bensì il sottolineare un dato che dobbiamo rendere nostro in questa serata dal respiro grande: “È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità” Gv 4,23-24.

Tutta la Sacra Scrittura ci rimanda un dato importante: nessun luogo è senza Dio, nessuno spazio è privo della sua presenza. L’uomo non potrà mai imprigionare Dio in un tempio. Dio non si limita ad abitare il tempio. Egli ama abitare la storia, la nostra storia. In Gesù di Nazareth, infatti, Dio ha messo la sua tenda di carne fra noi.

         È proprio la fede nell’incarnazione che spinge i primi cristiani a preoccuparsi di diventare comunità vive. La loro ansia è realizzare l’incontro tra il vangelo e le genti, essi non sono presi dall’ansia di costruire chiese. Non a caso i primi cristiani erano chiamati “quelli della via”.

         Quanto Gesù afferma dinanzi alla Samaritana pone chiarezza sul senso di quanto stiamo celebrando. Dio si lascia incontrare nel vero tempio fatto con le sue mani: l’uomo e la comunità degli uomini.

         Il richiamo del Maestro è chiaro: nell’adorare Dio in Spirito e verità dobbiamo aver cura delle nostre disposizioni interiori più che dell’edificio materiale. Solo se siamo abitati dallo Spirito potremo gridare Abbà Padre. Il nostro radunarci in chiesa non è per sottolineare un’appartenenza, non serve a creare un ulteriore recinto in mezzo ad altri recinti.

         Oggi nel consacrare questa chiesa rinnoviamo la nostra consacrazione battesimale, consacriamo un dinamismo che da questa chiesa, spazio in cui ci ritroviamo per accogliere la verità di Dio, si dilata per le strade del mondo per testimoniare che Dio è senza pregiudizi e senza confini.

         Auguri mie care sorelle e fratelli, oggi vorrei come don Tonino Bello concludere questa eucaristia affermando, nel congedo finale, non quanto la liturgia ci indica: “La messa è finita, andate in pace”, ma “la pace è finita, andate a messa”. Un invito chiaro ad essere tempio di Dio in mezzo agli uomini; uomini che Dio ama e riconosce come suoi figli.

          Così sia.

† don Giuseppe, vescovo