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S.E. Giuseppe

Satriano

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«Questa Cattedrale oggi si fa casa, grembo e memoria viva del cammino compiuto insieme»

Omelia di S.E. Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Bari-Bitonto, per la Chiusura del Giubileo della Speranza. Cattedrale di Bari, domenica 28 dicembre 2025

Carissimi presbiteri, diaconi, consacrate, consacrati
e comunità parrocchiali giunte da ogni parte della nostra Chiesa diocesana,

con emozione e gratitudine vi saluto tutti, riuniti in questa Cattedrale che oggi si fa casa, grembo e memoria viva del cammino compiuto insieme.

Siamo qui come popolo convocato, pastore e gregge, per rendere grazie al Signore che ci ha accompagnati lungo l’Anno Giubilare della Speranza e per consegnargli il futuro che ci attende.

Non chiudiamo semplicemente un tempo.
Celebriamo un passaggio. Come Israele nel deserto, come la Santa Famiglia nella notte, anche noi oggi siamo chiamati a ripartire.

La Parola di Dio, che illumina questa Festa, diventa per noi chiave di lettura del Giubileo vissuto e bussola per il cammino che si apre davanti alla nostra Chiesa di Bari-Bitonto.

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Il Vangelo ci consegna un’immagine forte, inquieta, vera:
«Giuseppe si alzò nella notte, prese con sé il bambino e sua madre e fuggì» (Mt 2). La Santa Famiglia non è l’icona rassicurante di una perfezione senza ferite. È una famiglia in cammino, esposta e fragile, costretta a fuggire per custodire la vita.

Maria e Giuseppe sono forgiati nella speranza perché hanno imparato a vivere con lo sguardo fisso su Dio e non sulle proprie certezze.

Giuseppe, uomo giusto e silenzioso, accetta che il suo progetto venga “preso con sé” da Dio per essere restituito come vocazione. I suoi sogni umani si lasciano continuamente trasformare nel sogno di Dio.

Non pretende garanzie, non chiede mappe dettagliate: gli basta tanta luce quanto serve per il primo passo. Maria, dal canto suo, custodisce nel cuore ciò che non comprende fino in fondo, ma in cui sceglie di credere. In lei la speranza non è ingenuità, ma fedeltà nel tempo.

Ecco la prima consegna per noi: la speranza cristiana non è entusiasmo passeggero, ma maturità dello sguardo, capacità di restare fedeli anche quando la strada passa per l’Egitto, anche quando la vita obbliga a scelte notturne.

Oggi non chiudiamo il Giubileo come si chiude una parentesi ma consegniamo al Signore il cammino vissuto.

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Abbiamo compiuto pellegrinaggi e attraversato la Porta Santa, ricevuto l’indulgenza e sperimentato la misericordia – non possiamo non fare memoria di quanto vissuto a Roma come diocesi con 1900 pellegrini, non possiamo non ricordare il bell’incontro con il nostro amato Papa Leone XIV - ma tutto questo rischierebbe di restare sterile se non diventasse stile quotidiano, profumo che impregna la vita ordinaria.

San Paolo ce lo ricorda con forza: «Rivestitevi di sentimenti di tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità… e sopra tutte queste cose rivestitevi della carità» (Col 3).

Il Giubileo ci riconsegna alle nostre comunità non come spettatori, ma come artigiani di speranza: nelle famiglie ferite, nelle relazioni faticose e difficili, nelle nostre comunità chiamate a guardare quelle marginalità di vita dove l’esistenza sembra aver perso sapore.

Lo abbiamo compreso e lo contempliamo nella liturgia odierna: la speranza cristiana non è evasione dalla storia, ma capacità di abitare il quotidiano con fiducia; la speranza non si grida, ma la si vive nutrendola di amore.

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Se questo Anno Santo non ha generato uno stile più mite, più ospitale, più capace di perdono, allora avremo solo celebrato, ma non convertito il cuore.

Infine, carissimi, la Parola ci conduce là dove, umanamente, la speranza sembra non avere più cittadinanza: la croce.

È il luogo dello scandalo, del fallimento, della sconfitta apparente.

È il punto in cui molte speranze umane si infrangono.

«Avevamo sperato…», dicono i discepoli di Emmaus.
È una frase che ci abita. È la declinazione del verbo sperare che dice disillusione, attese deluse, sogni che sembrano non aver trovato compimento.

Eppure, proprio lì, sotto la croce, accade l’impensabile.
Le speranze del mondo crollano, ma nasce una speranza nuova, diversa, più profonda, capace di durare.

Non una speranza fondata sul successo o sulla potenza, ma sull’amore che si dona fino alla fine.

Gesù lo aveva detto con parole semplici e decisive:
«Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

La croce è questo terreno oscuro in cui il seme viene spezzato. Ma è proprio lì che la vita germoglia.

La croce non è la negazione della speranza: è il luogo in cui la speranza viene purificata, liberata dalle favole illusorie e resa capace di futuro.

È lì che Dio compie la sua grande trasformazione:
il peccato diventa perdono, la paura si trasforma in fiducia,
la morte si apre alla risurrezione.

La speranza che nasce dalla croce non elimina il dolore, ma gli dona un senso; non evita la notte, ma la attraversa; non promette scorciatoie, ma apre cammini.

È la speranza dell’amore umile, dell’amore che accetta di perdere per far vivere.

Anche per la nostra vita di Chiesa diocesana questa è una parola decisiva.

La speranza non fiorirà fino a quando sapremo accettare la sfida di attraversare le fatiche pastorali che a volte scoraggiano,
abbracciando le fragilità delle nostre comunità, la stanchezza che anche noi ministri proviamo, oppure le domande aperte e non risolte del nostro tempo.

Dobbiamo sempre ricordare che questa traversata non è mai solitaria. Il Crocifisso non è un vinto della storia: è il Vivente che cammina con noi, spesso in incognito, sulle strade della vita. È Colui che ci insegna a vedere già ora la Pasqua nella croce, la vita nella morte, la speranza là dove tutto sembra perduto.

Al termine di questa celebrazione, nel canto del Te Deum, compiremo un gesto semplice e carico di profezia: le diverse zone pastorali della nostra diocesi deporranno fiori ai piedi della croce.

Non come ornamento, ma come confessione di fede. Non per nascondere il legno della croce, ma per dire che da lì germoglia vita.

Quei fiori saranno il segno di una primavera che attendiamo, che invochiamo e per la quale anche noi ci impegniamo, la primavera di una Chiesa che non si arrende alla fatica, che non si chiude nella lamentela, ma continua a credere che, anche quando il seme deve morire, Dio sta preparando il frutto.

È questa la consegna che la croce affida a noi come Chiesa: diventare seme di speranza per il mondo, scegliere la logica del Vangelo anche quando appare perdente, continuare a sperare non perché tutto è chiaro, ma perché Dio è fedele.

Carissimi, 

oggi la Santa Famiglia e la chiusura del Giubileo si intrecciano in un’unica chiamata: custodire la vita e generare speranza.

Torniamo alle nostre realtà, alle nostre parrocchie, alle nostre strade, non come prima, ma rinfrancati. Conserviamo nel cuore ciò che abbiamo visto e vissuto.

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Signore Gesù,

non permettere che torniamo alle nostre case come prima:

rompi le nostre abitudini tranquille,

e rendici inquieti finché il Vangelo non prenda carne.

Insegnaci a sperare quando tutto invita a cedere,

a restare quando sarebbe più facile fuggire,

a portare il peso dell’altro senza calcoli,

come chi sa che la vita fiorisce solo se donata.

Là dove il dolore chiede presenza e non parole,

rendi la nostra Chiesa segno di speranza,

mentre, radicati nella fede, invochiamo con fiducia

vieni, Signore Gesù. Tu sei la nostra unica speranza.

Amen

 

✠ Giuseppe Satriano

Arcivescovo di Bari-Bitonto