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“Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri”

Omelia di S.E. Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Bari-Bitonto per il raduno diocesano delle Confraternite nella memoria della Beata Elia di San Clemente. Noicattaro, venerdì 29 maggio 2026

Carissimi fratelli e sorelle,

oggi siamo convocati attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia in un momento particolarmente significativo: il raduno diocesano delle confraternite, vissuto nella memoria liturgica della Beata Elia di San Clemente, primo fiore della santità barese.

          È bello contemplare la nostra Chiesa di Bari-Bitonto nel volto delle sue confraternite: uomini e donne che, lungo i secoli, hanno custodito la fede semplice del popolo, accompagnato la vita delle comunità, reso visibile la devozione, la carità, la preghiera, la prossimità.

          Ma proprio perché questa storia è bella e preziosa, oggi la Parola ci chiede di non limitarci a celebrarla, ma di lasciarla purificare dal Vangelo.

          Il Signore non ci vuole custodi di memorie senza futuro. Ci vuole discepoli capaci di portare frutto.

          Il Vangelo di Marco ci consegna due immagini forti: il fico ricco di foglie ma privo di frutti, e il tempio trasformato da casa di preghiera in luogo di commercio.

          Sono immagini che inquietano, ma non sono una condanna senza appello.  Sono – potremmo dire - una parola d’amore esigente. Gesù ama troppo la vita, ama troppo il tempio, ama troppo il cuore dell’uomo, per lasciarli scivolare nella sterilità.

          Il fico ha le foglie, ma non ha frutti. Ha l’apparenza della vitalità, ma non sa rispondere alla fame di chi gli si avvicina.

          È un’immagine severa per ogni esperienza religiosa che rischia di vivere di segni esteriori senza lasciarsi convertire interiormente. È possibile avere molte foglie: abiti, insegne, tradizioni, processioni, ruoli, consuetudini, appartenenze. Tutte realtà belle, quando custodiscono e manifestano il Vangelo. Ma diventano povere, se non generano frutti.

          E il frutto che il Signore cerca è chiaro: una fede viva, una carità concreta, una fraternità sincera, una preghiera vera, una disponibilità al servizio, una capacità di stare accanto alle ferite del nostro tempo.

          Carissimi confratelli e consorelle, oggi Gesù passa accanto alle nostre confraternite e cerca frutti. Non si ferma alla bellezza delle foglie.

          Egli guarda il cuore. E ci domanda: che cosa generate nella Chiesa? Che cosa donate alla città? Quale fame riuscite a placare? Quale solitudine riuscite ad abitare? Quale speranza riuscite a riaccendere?

          La società nella quale viviamo è fragile e frantumata. Crescono le solitudini, le diffidenze, le distanze tra le generazioni, la fatica delle famiglie, il disorientamento dei giovani, l’indifferenza verso i poveri.  In questo tempo, le confraternite non possono limitarsi a conservare. Sono chiamate a diventare presenza evangelica, grembo di fraternità, casa aperta, volto popolare di una Chiesa che cammina per le strade e incontra la vita reale delle persone.

          La prima lettera di Pietro ci offre il criterio di questo rinnovamento: “Siate moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. Soprattutto conservate tra voi una carità fervente”.

Sobrietà, preghiera, carità. Tre parole essenziali.

          Sobrietà significa non appesantire la fede con ciò che non serve. Significa liberarci dal bisogno di apparire, dal protagonismo, dalle rivalità interne, dalle piccole logiche di potere che a volte entrano anche nelle cose di Dio. Sobrietà è ritrovare il centro: Cristo, il Vangelo, i poveri, la comunione.

          Preghiera significa lasciare che Dio lavori il cuore. Non basta organizzare momenti religiosi; occorre diventare uomini e donne abitati da Dio. Il tempio che Gesù purifica è anche il nostro cuore, quando diventa luogo di calcolo, di pretesa, di abitudine. Gesù desidera restituirci alla verità della preghiera: una relazione filiale, libera, fiduciosa, capace di trasformare la vita.

          Carità fervente significa amore che non si raffredda. Pietro non parla di una carità decorativa, occasionale, di circostanza. Parla di una carità ardente, concreta, perseverante. Una carità che non giudica con durezza, non inchioda l’altro al suo errore, non alimenta risentimenti, ma apre sempre sentieri di riconciliazione.

          E qui il Vangelo ci consegna una parola decisiva: “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate”.

          Non c’è preghiera vera senza perdono. Non c’è confraternita evangelica senza riconciliazione. Non c’è culto gradito a Dio se il cuore resta abitato dal rancore.

          Le nostre confraternite siano luoghi nei quali si impara a perdonare, a ricominciare, a non trasformare le ferite in divisioni permanenti. Luoghi nei quali il nome “fratello” e “sorella” non sia soltanto un titolo, ma una responsabilità.

          Il rischio, infatti, è sempre quello denunciato da Gesù nel tempio: trasformare ciò che è di Dio in qualcosa che ruota attorno a noi. Il tempio era chiamato a essere casa di preghiera per tutti i popoli; era chiamato ad allargare il cuore, ad aprire varchi, ad accogliere. Invece era diventato uno spazio occupato da interessi e commerci.

          Anche le confraternite, se vogliono essere fedeli alla loro vocazione, devono custodire questa apertura. Non gruppi chiusi. Non cerchie autoreferenziali. Non realtà ripiegate sulla nostalgia. Ma case di preghiera e di fraternità, capaci di accogliere, educare, servire, evangelizzare.

          La Beata Elia di San Clemente ci accompagni in questo cammino. La sua vita è stata breve, nascosta, silenziosa, ma intensamente feconda. Ella ci ricorda che la santità non ha bisogno di rumore per essere vera. Non ha bisogno di grandi palcoscenici per illuminare. La santità è un cuore consegnato a Dio, una vita che si lascia consumare dall’amore, una piccola luce che, proprio perché accesa in Dio, non si spegne.

          In lei, figlia della nostra terra, Bari contempla un fiore delicato e forte. Alle confraternite, la Beata Elia dice oggi: non cercate soltanto visibilità, cercate profondità; non accontentatevi della tradizione ricevuta, fatela rifiorire nel Vangelo; non limitatevi a custodire il passato, diventate segni di santità possibile nel presente.

          Abbiamo bisogno di confraternite che profumino di Vangelo. Che sappiano inginocchiarsi davanti a Dio e chinarsi davanti ai fratelli. Che custodiscano la pietà popolare come via di evangelizzazione, non come semplice ripetizione.   Che sappiano parlare ai giovani con la bellezza di una fede viva. Che sappiano stare accanto agli anziani, ai malati, ai poveri, alle famiglie ferite, a chi non entra più nelle nostre chiese ma attende ancora una parola buona, un gesto sincero, una presenza amica.

          “Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri”, scrive Pietro. Ecco l’identità cristiana di ogni confraternita: non possedere un dono, ma metterlo a servizio. Non custodire un’appartenenza come privilegio, ma viverla come missione. Non sentirsi migliori, ma più responsabili. Non occupare spazi, ma aprire strade.

          Carissimi, oggi il Signore ci chiede di avere fede in Dio. Non fede nelle nostre sicurezze, nei nostri numeri, nelle nostre strutture, nel “si è sempre fatto così”. Fede in Dio.

          Solo questa fede può spostare le montagne: quelle della paura, dell’abitudine, della divisione, della stanchezza, della rassegnazione. Chiediamo allora al Signore che questo raduno sia un nuovo inizio. Chiediamo che le nostre confraternite siano alberi capaci di frutto, case di preghiera, spazi di comunione e non di divisione; presenze profetiche in una società che ha urgente bisogno di legami buoni.

          La Beata Elia di San Clemente interceda per noi. Ci aiuti a custodire un cuore semplice, ardente, libero. Ci insegni la fecondità del nascondimento, la forza della preghiera, la bellezza dell’amore donato.

          E Maria, madre della Chiesa, accompagni il cammino delle nostre confraternite, perché sappiano essere nella diocesi e nelle città un segno umile e luminoso del Vangelo: mani che servono, cuori che pregano, fratelli e sorelle che camminano insieme, per dare gloria a Dio e speranza agli uomini.

Amen.

✠ Giuseppe Satriano

Arcivescovo di Bari-Bitonto

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