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«Il diaconato è una grazia preziosa per la Chiesa... È memoria viva di Cristo servo»

Omelia di S.E. Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Bari-Bitonto nella celebrazione eucaristica per il XXV anniversario di ordinazione diaconale. Cattedrale di Bari, domenica 21 giugno 2026

Carissimi fratelli diaconi che oggi rendete grazie al Signore per venticinque anni di ministero, Carissimi presbiteri e Carissime sorelle e fratelli tutti,

          la Parola di Dio ascoltata non ci conduce in un luogo facile. Non ci offre una fede decorativa, capace soltanto di consolare le superfici della vita. Ci porta, invece, dentro le fenditure dell’esistenza, là dove abitano la paura, l’incomprensione, la fatica della testimonianza, il peso di sentirsi esposti.

          Geremia, nella prima lettura, è un uomo ferito. Attorno a lui si addensano sospetti, insinuazioni, ostilità.

«Sentivo la calunnia di molti: terrore all’intorno». È il dramma di chi ha accolto una parola più grande di sé e, proprio per questo, si scopre vulnerabile.

          Il profeta non è un uomo che non soffre o che non lascia che la sofferenza gli rubi la fiducia. Non è uno che non prova paura; è uno che, dentro la paura, continua a dire: «Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso».

          Questa è la prima consegna che oggi riceviamo: la fede non elimina il tremore, ma lo attraversa. Non ci sottrae alla fragilità, ma ci impedisce di esserne prigionieri. Il credente non è colui che non cade mai; è colui che, anche cadendo, sa di non precipitare nel nulla, perché la sua vita rimane custodita nelle mani di Dio.

          Per questo Gesù, nel Vangelo, ripete per tre volte: «Non abbiate paura». Lo dice ai suoi discepoli che ha inviato. Non lo dice a chi vive una fede comoda, ma a chi dovrà esporsi, parlare, testimoniare, servire. La paura nasce spesso dal timore di non contare, di essere dimenticati, di non valere abbastanza.

          Gesù risponde con immagini semplicissime e tenerissime: i passeri, i capelli del capo, le piccole cose che nessuno registra e che invece Dio custodisce.

          «Voi valete più di molti passeri». È una parola che dovremmo lasciare scendere nel cuore, soprattutto in un tempo in cui il valore della persona viene misurato dall’efficienza, dal consenso, dalla visibilità, dal successo.

          Per il Padre non valiamo perché riusciamo, produciamo, convinciamo o vinciamo. Valiamo perché siamo figli. Valiamo perché amati. Valiamo perché, in ciascuno di noi, anche nella parte più fragile e nascosta, Dio ha deposto un frammento della sua tenerezza.

          San Paolo, nella Lettera ai Romani, allarga ancora di più lo sguardo: «Il dono di grazia non è come la caduta». La caduta esiste. Il peccato esiste. La morte attraversa la storia. Ma Paolo annuncia che la grazia è “molto di più”. Il male fa rumore, ferisce, divide, umilia; ma non possiede l’ultima parola. In Cristo, Dio ha immesso nella storia un’eccedenza di vita, una sovrabbondanza di misericordia, un principio nuovo che nessuna caduta può cancellare.

          Ecco miei cari, questa Parola illumina in modo particolare il dono che oggi celebriamo: venticinque anni di ordinazione diaconale di sei nostri fratelli. Ricordo i loro nomi perché sono per noi benedizione: Antonio (Coviello); Alessandro (Giannini); Costantino (Melino); Gaetano (Morisco); Arcangelo (Porrelli); Vito (Romito).

          Venticinque anni sono un tratto lungo di strada. È un tempo fatto di volti incontrati, di Vangelo meditato e proclamato, di poveri ascoltati, di famiglie accompagnate, di comunità sostenute, di fatiche custodite nel silenzio, di fedeltà talvolta visibili e talvolta nascoste.

          Il diaconato è una grazia preziosa per la Chiesa. Non è un ministero di passaggio, né una funzione accessoria. È memoria viva di Cristo servo. È segno stabile di una Chiesa che non può annunciare il Vangelo senza chinarsi, che non può celebrare l’Eucaristia senza riconoscere il corpo ferito dei poveri, che non può parlare di Dio senza farsi prossima alla vita concreta degli uomini e delle donne.

          Quando un diacono riceve il Vangelo, gli viene affidata una consegna esigente: credere ciò che proclama, insegnare ciò che ha appreso nella fede, vivere ciò che insegna. È un programma di vita, non una formula rituale. Il diacono non è chiamato semplicemente a leggere il Vangelo, ma a lasciarsi leggere dal Vangelo. Non solo a servirlo sull’ambone, ma a portarlo nelle strade, nelle case, nei luoghi dove la vita è più esposta e dove spesso la speranza si assottiglia.

          La Chiesa di Bari-Bitonto oggi rende grazie per il vostro servizio, carissimi fratelli diaconi. Rende grazie per la vostra presenza accanto ai presbiteri, per la vostra dedizione alle comunità, per la vostra vicinanza ai poveri e ai deboli, per quella ministerialità discreta che non cerca il centro, ma aiuta tutti a ritrovare il vero centro che è Cristo.

          Siete chiamati, infatti, a stare sulla soglia. Tra l’altare e la strada, tra la liturgia e la carità, tra la Parola proclamata e la vita ferita. Ricordando alla Chiesa che non possiamo restare chiusi nei nostri recinti e sicurezze, sapendo di abitare le periferie dell’umano.

          E proprio qui la Parola di oggi diventa decisiva. Gesù dice: «Non abbiate paura degli uomini». È come se dicesse anche a voi: non abbiate paura di continuare a servire quando il servizio non viene compreso; non abbiate paura quando la fatica sembra più grande dei frutti; non abbiate paura quando il tempo passa e il corpo cambia; non abbiate paura quando vi sembra che il bene compiuto resti nascosto.

          Ricordiamolo sempre: nulla è perduto agli occhi di Dio. Neppure un gesto piccolo, neppure una parola buona, neppure una visita silenziosa, neppure una lacrima condivisa.

          Il servizio diaconale è fatto spesso di piccole fedeltà. Il Regno, infatti, cresce così: non attraverso l’esibizione della forza, ma attraverso la perseveranza dell’amore. Non attraverso il rumore delle prestazioni, ma attraverso la fecondità nascosta del dono.

          Carissimi fratelli diaconi, dopo venticinque anni, il Signore oggi non vi chiede di guardare indietro con nostalgia, ma di rileggere il cammino con gratitudine. Vi chiede di riconoscere che la grazia è stata “molto di più” delle vostre cadute, delle vostre stanchezze, delle vostre paure. Vi chiede di rinnovare il vostro “sì” con cuore più libero, più umile, più evangelico.

          Continuate a essere uomini della Parola, non della parola facile. Uomini dell’altare, della carità e non del protagonismo.  Uomini della comunione, capaci di cucire, ricomporre, accompagnare, sapendo aprire strade di fiducia e speranza. Uomini che non si mettono davanti al Signore, ma lo indicano con la vita.

          E a noi tutti, questa celebrazione ricorda che la Chiesa vive davvero quando serve. Una comunità che non serve si ammala di sé stessa. Una Chiesa che non si china perde il profumo del Vangelo.  

          Per questo oggi chiediamo al Signore di rendere la nostra Chiesa di Bari-Bitonto sempre più diaconale: capace di ascolto, di prossimità, di mitezza, di coraggio.

          «Non abbiate paura». Questa Parola ci accompagni. Non perché tutto sarà facile, ma perché tutto è custodito e la grazia di Dio ci accompagna e sostiene. Servendo, impareremo a stare accanto a Cristo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita.

E così sia

✠ Giuseppe Satriano

Arcivescovo di Bari-Bitonto

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