
“Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Isaia 43,1)
Carissime e carissimi,
questa sera siamo qui non per pronunciare parole facili, né per cercare consensi, ma per lasciarci raggiungere dalla Parola di Dio nel punto più vero della nostra vita: là dove ciascuno porta il desiderio di essere riconosciuto, amato, custodito; là dove ciascuno conosce anche la paura di non essere capito, di essere giudicato, escluso, ferito.
Il titolo di questa veglia è una carezza tanto tenera quanto intensa, una parola che non consola in superficie ma scende in profondità: “Non temere, perché ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni”.
Non è una frase generica. È Dio che parla. È Dio che si rivolge al suo popolo ferito, disperso, impaurito. È Dio che non chiama per categorie, non riduce le persone a definizioni, non guarda da lontano, ma chiama per nome.
Chiamare per nome significa riconoscere una storia, un volto, una dignità. Significa dire: tu non sei un errore, non sei uno scarto, non sei una minaccia. Tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima, io ti amo. Questa sera, davanti al Signore, vogliamo anzitutto chiedere perdono.
Perdono per tutte le volte in cui, anche dentro le nostre comunità cristiane, qualcuno non si è sentito chiamato per nome, ma etichettato. Non accolto, ma sopportato. Non ascoltato, ma giudicato prima ancora di poter raccontare la propria vita.
La testimonianza ascoltata e le tante storie che conosciamo non possono lasciarci indifferenti. Ci consegnano il buio di chi si è sentito solo, respinto, umiliato; ma anche la luce possibile che nasce quando una mano si tende, quando una comunità non chiude la porta, quando qualcuno trova il coraggio evangelico di ascoltare senza paura.
La fede cristiana non ci autorizza mai a ferire. Mai. Non possiamo usare il nome di Dio per alimentare paura, disprezzo, esclusione. Non possiamo difendere la verità senza la carità, perché una verità senza carità diventa pietra; e una carità senza verità diventa sentimento fragile e ingannevole. In Cristo, invece, verità e amore camminano insieme.
Il Vangelo ci porta nel Cenacolo. Gesù, il Maestro e il Signore, si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugatoio e lava i piedi ai discepoli. Non tiene una lezione dall’alto. Si abbassa. Tocca la polvere. Si avvicina alla parte più fragile, più esposta, più stanca dell’altro.
Questo è il gesto che interpella e scuote tutti noi e ci invita ad essere quella Chiesa che il Signore sogna, capace di inginocchiarsi davanti alle ferite dell’umanità; una Chiesa che non si alimenta del sospetto, ma vive del prendersi cura; una Chiesa che non rinuncia al Vangelo, ma lo rende visibile attraverso la misericordia.
Gesù dice: “Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. E poi aggiunge: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Non dice: vi riconosceranno dalla capacità di tracciare confini; ma afferma: vi riconosceranno dall’amore.
Questo non significa che il cammino cristiano sia senza esigenza. Al contrario. L’amore di Cristo è accogliente ed esigente. Accoglie tutti, ma non lascia nessuno fermo nella chiusura del cuore. Chiama ciascuno a conversione. Chiama tutti noi, battezzati, a conformarci a Cristo in un cammino continuo che non conosce soste autoreferenziali, ma sa crescere nel discernimento comunitario nutrito dal Vangelo.
Per tale ragione, questa veglia di preghiera non può essere soltanto una dichiarazione di accoglienza, ma è un invito a vivere un autentico cammino che guardi alla conversione del cuore.
Superare l’omotransfobia significa anzitutto purificare il cuore da ogni paura dell’altro. Significa vigilare sulle parole, perché sappiamo che le parole possono benedire o ferire. Significa educare le nostre comunità a non trasformare la diversità in minaccia. Significa accompagnare le persone con rispetto, con prudenza, con verità, e sempre con quella tenerezza che è il modo di Dio di avvicinarsi alla vita.
Nessuno di noi possiede Cristo. Tutti siamo chiamati a seguirlo. Tutti abbiamo bisogno di essere evangelizzati. Tutti dobbiamo imparare a lavarci i piedi gli uni gli altri.
Questa sera il Signore ci domanda: nelle nostre parrocchie, nei nostri gruppi, nelle nostre famiglie, una persona ferita può sentirsi a casa? Un giovane che ha paura di raccontarsi trova qualcuno capace di ascoltare senza schiacciare? Una madre, un padre, una sorella, un fratello, possono ricevere luce per non trasformare lo smarrimento in rifiuto? Le nostre parole somigliano al Vangelo o alle pietre?
Non possiamo rispondere solo con le intenzioni. Dobbiamo rispondere con i gesti.
Il segno che compiremo, portando un nome e una parola preziosa ai piedi del Crocifisso, ci ricorda proprio questo: ogni nome appartiene al cuore di Dio. Ogni storia può essere deposta davanti alla Croce. E la Croce non è il luogo della condanna, ma dell’amore che si consegna. Sulla Croce Gesù non respinge nessuno: spalanca le braccia a tutti.
Carissime e carissimi, lasciamoci allora raggiungere da quella parola: “Tu mi appartieni”.
Non apparteniamo alla paura. Non apparteniamo al nostro passato, né alle ferite ricevute, e neppure alle nostre chiusure. Apparteniamo a Dio. E se apparteniamo a Dio, siamo chiamati a riconoscerci fratelli e sorelle, perché tutti siamo amati. Non perché il cammino della conversione sia già compiuto, ma perché Cristo continua a precederci e ad attenderci.
Questa sera chiediamo al Signore comunità cristiane dove nessuno debba nascondere le proprie lacrime; dove l’accompagnamento sia cammino condiviso; dove la verità sia sempre annunciata con il tono della misericordia.
Il Signore ci doni occhi nuovi. Ci insegni a chiamare i suoi figli per nome e mai a ferire con etichette. Ci liberi dalla violenza, anche da quella sottile che passa attraverso battute, silenzi, esclusioni, sospetti. Ci renda capaci di lavare i piedi, cioè di servire la vita dell’altro nel punto in cui è più fragile.
E a chi questa sera porta nel cuore una ferita, una paura, una memoria dolorosa, vorrei dire con la Parola di Dio: non temere. Il Signore è con te. Tu sei prezioso ai suoi occhi. La tua vita non è fuori dal suo amore.
Camminiamo insieme, dunque. Con umiltà, con verità, con misericordia. Guardando a Cristo, lasciandoci conformare a Lui. Perché solo chi si lascia amare da Dio impara davvero ad amare. E solo una Chiesa che ama come Cristo diventa casa, grembo e profezia di un’umanità riconciliata.
Amen.
✠ Giuseppe Satriano
Arcivescovo di Bari-Bitonto
